[03/08/2007] Comunicati

L’inquinamento, i poveri, i ghiacciai dell’Himalaya, e...l´informazione ambientale

LIVORNO. Secondo il Programma Onu per l’ambiente (Unep), l’inquinamento intensifica il riscaldamento climatico provocato dai gas serra e minaccia le riserve d’acqua dolce di milioni di persone in Asia, che dipendono in gran parte dai ghiacciai del tetto del mondo.

«La causa principale del cambiamento climatico è l’accumulo di gas serra attraverso l’utilizzo di combustibili fossili – ha ricordato Achim Steiner, segretario generale aggiunto dell’Onu e direttore dell’Unep - Ma le nuvole “brune”, il cui impatto ecologico ed economico comincia appena ad essere valutato dagli scienziati, possono complicare ed aggravare i loro effetti».

Le “nuvole brune” sono una caratteristica ormai persistente della stagione secca nell’Asia meridionale, quando all’inquinamento industriale ed al tradizionale utilizzo di biomasse ad uso domestico si aggiungono gli enormi incendi boschivi per far spazio o rinnovare le piantagioni di palma da olio.

L’Unep ha sostenuto un programma di ricerca dell´Istituto oceanografico Scripps dell´università di California di San Diego, sulle “nuvole brune” di inquinamento nell’Asia del sud. «Queste nuvole – spiega una nota dell’Unep - sono composte di “fuliggine”, di particelle di metalli e di residui provocati dalle attività urbane, industriali ed agricole».

Quindi per l’Unep, che ha commissionato lo studio, le cause della catena di fenomeni che producono riscaldamento e scioglimento dei ghiacciai non sono esattamente quelle che si possono leggere oggi su La Repubblica che scrive espressamente: «L´effetto distruttivo della cortina asiatica sarebbe pari, se non superiore, a quello di tutto il resto dei gas serra emessi nel pianeta», mentre i vicesegretario dell’Onu Steiner conferma che sono i gas serra il maggior pericolo.

Ma la cosa più pericolosa e consolatoria nell’articolo di Repubblica e che le “nuvole brune” non sarebbero causate tanto dalla turbocrescita cinese, indiana e degli altri dragoni e tigri asiatiche, ma dai poveracci che «bruciando legna o altri residui vegetali per cucinare e scaldarsi» oscurerebbero le alte montagne dell’ Himalaya. Quindi basterebbe insegnare ai poveri ad usare il gas ( e pagarglielo) invece del legname per risolvere la metà del problema del riscaldamento globale.

Che il corretto e sostenibile uso delle risorse e delle biomasse da parte dei Paesi in via di sviluppo faccia parte del problema è innegabile, la questione vera è però: di quanta parte del problema è responsabile l’uso domestico di legname e di quanto è responsabile il modello di sviluppo economico adottato in Asia?

Le “nuvole brune” che soffocano l’Asia sono infatti provocate soprattutto da due fattori innegabili confermati anche dall’Unep: la crescita incontrollata di industrie poco rispettose dell’ambiente e ad alta intensità di emissioni inquinanti e climalteranti, che fanno sparire nello smog intere metropoli, e l’agricoltura, soprattutto quella a livello industriale, che brucia le foreste tropicali per far spazio alle poco sostenibili piantagioni da olio di palma o al loro ricambio, coltivazioni controllate e gestite non certo dai poveri ma da multinazionali o potentati economici locali per alimentare le nuove richieste di mercati in crescita e il nuovo e ricco business dei biocombustibili.

La Repubblica si dimentica che la grande “nuvola bruna” che qualche anno fa soffocò l’Indonesia e l’Indocina, spingendosi fino a Taiwan e in Cina, era (e lo è periodicamente ancor oggi, anche se con minor clamore e disinteresse mediatico) provocata proprio dagli incendi appiccati per “bonificare” le aree per le piantagioni intensive, con fuochi che, magari, poi scappano di mano, senza che nessuno se ne interessi più di tanto.

La lettura dei dati dell’Unep fatta da Repubblica non è solo consolatoria (basta far comportare meglio i poveri e il riscaldamento globale diminuisce del 50% e la crescita può continuare), ma anche fuorviante. Lo studio e l’Unep affermano in modo chiaro come il rpoblema del riscaldamento sia composto da cause diverse e intrecciate tra loro: "emissioni inquinanti di industrie, aree urbane in espansione ed agricoltura in transizione dai modelli tradizionali a quelli intensivi". Si trasforma così, forse per necessità di semplificazione e resa mediatica, una parte dei dati e delle teorie dei ricercatori nella causa principale del disastro climatico.

I risultati della ricerca, pubblicati dal numero in edicola di Nature, dimostrano come la combinazione di gas serra e “nuvole brune” sia all’origine della ritirata dei ghiacciai himalayani nel corso degli ultimi 50 anni, quindi in coincidenza con l´accelerazione dello sviluppo industriale di India e Cina. Questi ghiacciai approvvigionano i grandi fiumi dell’Asia come lo Yang Tse, l’Indo e il Gange, che forniscono l’acqua a milioni di persone in Cina, India, Bangladesh ed altri paesi dell’Asia meridionale.

"La rapida fusione di questi ghiacciai – si legge su Nature - la terza più grande massa di ghiaccio del pianeta, è diffusa e continuerà per molti decenni, avrà effetti di abbassamento di flusso senza precedenti nell´Asia del sud est".

La campagna scientifica non è partita dall’Everest, ma dalle assolate e coralline isole Maldive nel marzo 2006, dove piccoli aerei senza pilota hanno misurato l’inquinamento atmosferico a differenti altezze. L’aria inquinata ha un duplice effetto: da una parte contribuisce al riscaldamento dell’atmosfera, assorbendo con le sue particelle la luce del sole, dall’altra parte raffredda la superficie terrestre riducendo la quantità di luce solare che la raggiunge.

In un’altra ricerca gli scienziati di Scripps avevano ipotizzato che la diminuzione della superficie toccata dal sole potrebbe mascherare l’ampiezza del riscaldamento, con una conseguente sottovalutazione dell’effetto sul riscaldamento climatico provocato dall’uomo.

Dai dati dell’Unep viene fuori che il rialzo delle temperature è più pronunciato alle alte quote che al livello del mare. Il capo dell’equipe di ricerca, V. Ramanathan, pensa che le particelle di fuliggine presenti nelle “nuvole brune” potrebbero amplificare il riscaldamento atmosferico del 50%.

Per Achim Steiner «questa scoperta dovrà portare la comunità internazionale a fare di più, in particolare nel corso della prossima conferenza sui cambiamenti climatici che si terrà in Indonesia a dicembre».

Torna all'archivio