[02/08/2007] Comunicati

Il big game delle risorse fa risorgere i nazionalismi

LIVORNO. Dopo il clamoroso annuncio della Russia sui risultati di una spedizione artica che gli permetterebbe di mettere le mani su un territorio ricchissimo di risorse e sempre più libero dai ghiacci, anche gli Usa hanno deciso di reclamare diritti sulla piattaforma oceanica davanti all’Alaska: «seguiamo le azioni degli altri – ha detto ad “Usa Today” John Bellinger (Nella foto), principale consigliere giuridico del Dipartimento di Stato americano – che difendono energicamente i loro interessi nazionali”. Gli Stati Uniti si appresterebbero a depositare presso la Commissione dei limiti della piattaforma continentale dell’Onu una domanda che mira a farsi accordare i diritti su una zona costiera lungo il litorale dell’Alaska che si estende per circa 600 miglia (intorno ai mille chilometri) nell’oceano Glaciale Artico.

Gli americani si aggiungono ai russi nel reclamare una fetta di Artide e in più gli Usa non hanno mai ratificato la Convenzione Onu sui diritti del mare, considerata la carta costituzionale degli oceani, che regge tutti i rapporti giuridici sulla piattaforma continentale e che afferma il diritto degli Stati ad una zona di 12 miglia d´acque territoriali e quello esclusivo di ogni nazione a disporre della sua piattaforma continentale lungo tutta la sua estensione.

Per gli scenziati di Putin i risultati delle loro ricerche dimostrano che la piattaforma continentale siberiana deve essere estesa al limite della piattaforma continentale dell’oceano Glaciale Artico. La Russia si approprierebbe così di un territorio sottomarino 1,2 milioni di chilometri quadrati e di buona parte del 25% delle riserve mondiali di petrolio e gas naturale che sarebbero nascoste sotto quel mare freddissimo e sotto i ghiacci che si stanno ritirando, e poi di enormi giacimenti di stagno, manganese, oro, nichel, piombo, platino e diamanti.

Una vera e propria cuccagna, in tempi di fame di materie prime e globalizzazione, che sta facendo saltare tutti i buoni propositi e gli accordi sottoscritti sull’Artide e l’Antartide come bene comune dell’umanità, possibilmente smilitarizzati e disponibili solo a fini scientifici. Infatti se nel grande nord Russia, Usa, Danimarca, Norvegia, Canada, Islanda, Svezia e Finlandia sono pronti a disputarsi le favolose ricchezze e preparano spedizioni per metterci sopra le loro bandierine, dall’altra parte del mondo l’Argentina chiede di ampliare fino a 200 miglia nautiche i sui diritti sulla piattaforma continentale nell’oceano Atlantico e incorporare così un vasto territorio di circa 700 mila kmq. zeppo di risorse energetiche e naturali.

Ma gli argentini affermano che la loro piattaforma si estende per molto di più: in alcune aree raggiunge le 350 miglia ed oltre. Il problema è che su quella piattaforma (e nella fetta di Artico rivendicata dall’Argentina) ci sono anche le abitate e militarizzate isole Falkland (o Malvinas come dicono a Buenos Aires) e le altre colonie antartiche inglesi popolate solo da pinguini, leoni marini ed orche ma rivendicate dall’Argentina e che, per il possesso delle risorse di ferro, zinco, manganese, cobalto e zolfo dell’Artico e delle risorse ittiche potrebbe scatenarsi un’altra guerra con la Gran Bretagna, stavolta forse meno fintamente nazionalista e più manifestamente “economica”.

Insomma, mentre la globalizzazione dilaga e vince, esportando il suo modello turbocapitalista in tutto il pianeta, risorgono nazionalismi che, anche approfittando dei cambiamenti climatici frutto di un modello di crescita infinita, cercano di impossessarsi di territori e risorse fino a poco tempo fa considerati di interesse globale ed in aree di influenza e protezione internazionale: quelle polari che sono a più grave rischio dal punto di vista ambientale. Ma questo risorgente ed esibito nazionalismo russo o argentino, con questo rischio palpabile di guerra calda per il possesso dei luoghi più freddi della terra, cerca di impossessarsi delle risorse liberate dai ghiacci e dalle nuove tecnologie per metterle al servizio delle multinazionali energetiche e minerarie che trainano e controllano la crescita e indirizzano la globalizzazione, sperando che i giganti che di quelle risorse consumano sempre di più, India e Cina, stiano a guardare e acquistino la linfa vitale scoperta sotto le piattaforme continentali agli estremi del mondo.

Quello che manca ogni giorno di più è un governo mondiale delle risorse, per una loro distribuzione equa e per evitare altri conflitti e tensioni, in un pianeta sempre più in bilico tra lo sviluppo disuguale e la drammatica necessità di attenuare in piena corsa le sue ricadute sulla biosfera.

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