[30/07/2007] Energia

Nucleare: ora ci si mette anche Il Papa...

LIVORNO. «Che il Papa parli di nucleare francamente non me lo aspettavo. Lo credevo impegnato a pensare a cose più sue. Comunque credo abbia detto quelle cose in generale, perché per quanto riguarda Paesi come l’Italia dove le centrali nucleari andrebbero costruire ex novo, l’opzione atomo non si pone». A sostenere questa posizione è Marzio Galeotti, professore ordinario di Economia Politica presso l´Università di Milano, expert reviewer del Third Assessment Report (Working Group III on Mitigation) dell´Ipcc e collaboratore di Lavoce.info. Con lui abbiamo affrontato il tema dell’energia atomica alla luce degli ultimi avvenimenti.

Solo pochi giorni fa, infatti, l’incidente alla centrale nipponica di Kashiwazaki-Kariwa ha riproposto il consueto schema dei favorevoli e contrari al nucleare con nuovi argomenti per i primi tra i quali il più significativo è la nazione dove è avvenuto il patatrac: il Giappone, quello del nucleare considerato più sicuro al mondo. Tra sabato e domenica, però, forse casualmente forse no, sono arrivate due notizie via quotidiani nazionali che vanno nel senso opposto: domenica il Sole ha dedicato una pagina alla Finlandia che “brinda all’atomo” grazie alla centrale in costruzione e al favore della gente; e poi appunto la dichiarazione pro atomo (nel discorso rivolto prima della preghiera dell´Angelus nel quale ha chiesto il disarmo nucleare) di Papa Benedetto XVI: «Accrescere il contributo dell’energia atomica alle cause della pace».

Professor Galeotti, che cosa succede?
«Quando si affronta il tema del nucleare bisogna tenere presente alcuni punti fermi: per costruire una centrale oggi servono dai 10 ai 15 anni. Questo significa che per l’Italia, ma anche per gli altri paesi europei che volessero costruire ex novo un impianto per abbattere le emissioni di C02 e rispettare gli impegni dell’Ue per il 2020, l’opzione nucleare non si pone. Perché non ci sarebbe appunto neppure il tempo materiale per vedere i primi risultati. Altro punto: queste centrali eventualmente andrebbero a sostituire ad esempio quelle a carbone oppure sono aggiuntive? Perché nel primo caso, dal punto di vista dell’abbattimento della C02, l’operazione potrebbe avere anche un senso, nel secondo invece no perché le lascerebbe inalterate. Ma non è tutto».

Dica.
«C’è il grosso problema dei costi: costruire un impianto, assicurazione contro i rischi, ritardi ecc... ecc... fanno lievitare moltissimo le spese. E se la produzione di energia nucleare ha un costo tra i più vantaggiosi, tanto che di notte la compra anche l’Italia, la spesa complessiva per realizzare un impianto e tutto il resto rende il nucleare molto costoso. Al di là dunque del problema della sicurezza, resta quindi come opzione al più solo per quelli che lo hanno già. Oppure per quei Paesi come la Germania che, dopo aver programmato un’uscita totale, ora ci sta ripensando. Oppure la Gran Bretagna o quei Paesi che magari hanno centrali che dovrebbero smantellare entro 5 anni e quindi tentano di prolungarne artificiosamente la vita».

Dunque gli appelli di coloro che vorrebbero riaprire al nucleare in Italia non possono che cadere nel vuoto.
«Come ho detto ci sono quelle problematiche che rendono l’opzione nucleare per l’Italia non percorribile. Vorrei poi però aggiungere che il rischio di incidenti, con tutto il nucleare che c’è in giro, è contenuto. La paura nelle persone verso l’atomo è come quella per volare, c’è una psicosi che aumenta ogni volta che c’è un incidente».

Il fatto però che l’incidente sia accaduto in Giappone, considerato il Paese per il nucleare più sicuro al mondo, fa pensare…
«Questo è vero, ma bisogna anche vedere le cause. Ovvero se si è trattato di malfunzionamenti dell’impianto, e questo sarebbe ancora più preoccupante, oppure di errori umani. Sull’ultimo incidente non sono ancora molto informato, i precedenti sono riconducibili invece all’errore umano. Di per sé, comunque, se uno dice come fa l’Ue che entro il 2050 bisogna diminuire le emissioni del 70-80% c’è anche da domandarsi: come si raggiunge questo obiettivo? E allora io dico, come affermato anche dall’Ipcc, che attualmente il nucleare e l’ingabbiamento della C02 sottoterra non sono le opzioni più importanti, ma in futuro vediamo quali saranno le innovazioni tecnologiche. Magari ce ne saranno alcune che ora non intravediamo neppure».

C’è anche un altro argomento da affrontare: l’ultimo rapporto dell’Agenzia Onu per l’energia atomica puntualizza che le riserve di uranio termineranno entro 35 anni.
«E’ uno dei tanti fattori che non vanno dimenticati quando pensiamo al nucleare, ovvero che si basa su una fonte che non è rinnovabile. Però va detta anche un’altra cosa: chi lo sta cercando nel mondo? Anche il carbone avevano detto che era vicino al picco, ma ora si dice invece che ce ne è ancora moltissimo. Tra i bullet point contro il nucleare, quindi, direi che non è il più rilevante. Ce ne è un altro, invece, che lo è molto di più: la sicurezza rispetto al rischio di una sua prolificazione. Il fatto è che per utilizzare il nucleare bisogna arricchire l’uranio, ma arricchendolo ancora di più ci si può fare la bomba atomica. E qui entra in gioco la questione Iran ( ma non solo, ndr). Si tratta di un paese che è il secondo per riserve di petrolio e se a questo associamo la possibilità, teorica, che da un uso civile possano poi sfruttarlo per le armi si capisce perché l’Iran sia al centro dei problemi internazionali».

In Italia, quindi, l’opzione nucleare non è in discussione. Che ne pensa allora del fatto che l’Enel, azienda nazionale, compri centrali nei paesi dell’est?
«Che male c’è? Se l’Enel va nei Paesi dell’est e le mette a posto e le migliora, è anche una garanzia in più. Quindi ben venga. L’Enel segue una logica aziendale. Il referendum vale solo per il territorio italiano».

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