[13/07/2007] Comunicati

Venter e i suoi batteri sintetici anche per l´ambiente

LIVORNO. Negli ultimi giorni – vedi Sole24Ore, Corriere della Sera e Manifesto – il discusso e famoso scienziato Craig Venter (Nella foto) è tornato a far parlare di sé. Lo ha fatto con un pubblicazione apparsa su Science che racconta dei suoi risultati di un esperimento che, per la prima volta, avrebbe trasformato una specie di batterio in un’altra. Siamo nel campo della biologia sintetica. Uno degli aspetti più interessanti – in particolare dal punto di vista ambientale - è che Venter spera di usare il proprio brevetto per costruire organismi in grado di produrre biocarburanti e per ‘mangiare’ rifiuti tossici e C02.
Ne abbiamo parlato con Marcello Buiatti, docente di Genetica all’università di Firenze e presidente nazionale di Ambiente e Lavoro.

Professore, che cosa ne pensa degli ultimi risultati degli studi di Venter?
«Il ragionamento è semplice: è ovvio e sicuro che le tecniche moderne di modifica di un genoma di un batterio sono semplici in teoria e anche nella pratica, e potranno portare risultati positivi. Chi fa questi esperimenti, e chi applica questi prodotti, deve avere però in cima alla testa che non tutto è prevedibile a priori e quindi, prima di mettere qualunque tipo di batterio modificato in ambiente, deve valere il principio di precauzione. Quello che è sicuro è che intervenendo nella modifica dei geni dei batteri le reazioni sono più controllabili rispetto ad esempio a quello che accade per le piante. Di solito se qualcosa non funziona il batterio muore. Il grosso problema sono gli effetti indiretti e non prevedibili di quando si fanno queste operazioni e quindi per essere sicuri bisogna che non esca nulla durante il processo. La modifica dei batteri non è una novità. Faccio l’esempio dell’insulina, che dal 1985 viene estratta da un batterio modificato. Prima si faceva con uno non modificato proveniente dal maiale, ma che poteva provocare grosse allergie perché diverso da quello umano. Dunque, tornando a Venter, è fondamentale che prima che tutti gli esperimenti siano conclusi nulla finisca nell’ambiente perché c’è il rischio che poi uno se li mangi. Va poi anche detto che i batteri esistenti in natura già vengono utilizzati ad esempio contro il petrolio inquinante, ma in questo caso non sono modificati geneticamente ma solo selezionati».

Ma quali sono le novità degli studi di Venter?
«I nuovi batteri di Venter non sono solo prodotti dall’inserimento di un gene inserito ma dall’inserimento di più geni - almeno questo è quello che si evince visto che gli studi non sono stati pubblicati per via del brevetto - e questo però porta a più imprevedibilità».

Che significa più rischi?
«No, bisogna fare attenzione. L’imprevedibilità significa che puoi avere reazioni che non ti aspetti anche in positivo però. Quindi prima di pubblicizzare i risultati bisogna avere granus salis per essere sicuro che funzioni. Insomma, bisogna subito dimostrare che funziona prima di metterlo nell’ambiente. Fare esperimenti pilotati e vedere che effetti ha. Il fatto che funzioni, infatti, non significa niente. Greg Venter è stato il primo a sequenziare il genoma umano ma credeva di avere capito cose che poi sono risultate sbagliate. La sua fu un’operazione assolutamente meritoria per la conoscenza e non per l’applicazione, ma tutta una serie di cose che credeva di aver intuito sono risultate sbagliate semplicemente perché prima non poteva capirle. Non ci si deve mai illudere e illudere la gente perché i batteri non sono una macchina e i risultati possono essere imprevedibili».

Dunque, questi studi vanno presi con le molle, ma anche per l’ambiente potrebbero venir fuori risultati importanti e non bisogna quindi avere preconcetti contro questo tipo di studi che modificano il genoma naturale?
«A Venter va fatto un plauso perché è bravo e fa cose molte interessanti. Va detto però che serve cautela perché lui pubblicizza i suoi progetti in quanto cerca di riscuotere quattrini perché tutti questi progetti vengono quotati in borsa. Il Nasdaq quota i progetti e non i prodotti. Che va anche bene perché magari con quei soldi finanzi studi buoni e importanti. Dunque in queste cose non servono preconcetti, ma cautela e se i risultati sono buoni lo si può dire solo a posteriori».

Non c’è il rischio che chi investe abbia fini non proprio etici?
«In questo caso si comprano azioni. E’ chiaro, però, che se usati in modo negativo questi studi possono essere usati per produrre anche armi terribili».

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