[12/07/2007] Comunicati

Ricerca e innovazione da orientare e riorientare

LIVORNO. La classe media cinese (quella attuale e quella futura) fa gola al mercato. Anche a quello italiano ovviamente. E le nostre imprese stanno cercando di organizzarsi il più velocemente possibile per non perdere il treno. A bordo del quale ci sono 120 milioni di potenziali clienti (il doppio dei cittadini del Belpaese, tanto per capire le proporzioni) che si dice stravedano proprio per il Made in Italy. Così Gpf-Reti-Asiabusiness group, ci informa oggi il Sole24Ore, ha lanciato un progetto che si chiama "Chek-in China, Inside the new market" con l´obiettivo di aiutare le aziende italiane a capire dove e come posizionarsi in un mercato stratificato. Gli oltre 100 milioni di cinesi nel mirino sarebbero i figli del ´riscatto´ e avrebbero un gran bisogno "di consumare status symbol occidentali".

E l´Italia che fa? Si guarda dentro, ‘riscopre’ la sua tradizione, e decide che è quella che va esportata: grandi marche e originali. Insomma: il lusso, le griffe, la moda. «Quello italiano - dice sempre sul Sole Alberto Bigolin, vice presidente di Asiabusiness - è un mercato di nicchia, Hi-end, di fascia alta. Zegna, Armani, Fendi, Gucci, Ferarari hanno un´audience di 25 milioni di ricchi che idolatrano lo stile italiano". Nella spartizione di questo grande mercato con gli occhi a mandorla, l´Italia ha deciso di prendersi la fetta della moda sua grande tradizione.

La logica ovvia è quella della domanda-offerta, e ci mancherebbe altro, di certo però non ci sembra proprio che questa scelta si possa chiamare innovativa. O new market. Piuttosto è la replica di un modello che torna più prepotente che mai alla conquista di, questi sì, nuovi mercati. Tant´è che anche la Fiat guarda alla Cina solo per andarci a vendere le sue auto. Magari, per il momento, low cost. Nessuno si scandalizza, ma in questo modello, di riconversione del mercato secondo il criterio della sostenibilità – come da più parti evocato/annunciato e non stiamo parlando delle associazioni ambientaliste - vi è poca traccia. L´Italia, almeno, non vi dà alcun contributo. Lasciando questa incombenza a nazioni quali ad esempio la Germania, che pur guardando alla Cina sempre come ad un mercato, vi esporta tecnologie avanzate e innovative legate all´innovazione di processo e alla mitigazione degli impatti nel settore manifatturiero (che nei paesi emergenti è in fortissima espansione).

L´innovazione legata alla sostenibilità intesa come risparmio ed efficienza nell´uso di materia, risparmio ed efficienza nell´uso di energia ecc. e relative tecnologie, è poco praticata dal nostro paese, che ha come principale e ormai storico totem quello dell´innovazione e della diversificazione dei prodotti. Una borsa all’ultima moda è tempestata di diamanti, oppure più grande, più piccola, più colorata e il nuovo - senza nulla togliere ai grandi stilisti nostrani - è tutto qua. Tra tendenze, magari anche ´verdi perché no, che vanno e che vengono ciclicamente.

Così non stupisce (e non deve stupire) che alla fine - come ci racconta oggi Repubblica .- sia la stessa Cina che si organizza e ‘brucia’ stavolta colossi come Nokia e Motorola lanciando batterie per telefonini non inquinanti. ‘Fregandoli’ sui modelli eco-compatibili. Ricordiamo che la Cina già è più avanti almeno dell´Italia pure sulla produzione di pale eoliche. Così mentre nello Stivale si crede di fare innovazione replicando tout court la tradizione di scarsissima ricerca, se non incidentalmente, legata alla sostenibilità ambientale, finirà che per correre ai ripari dall´inquinamento dovremo comprare noi la tecnologia dalla Cina (cosa che in parte sta già accadendo). Per un motivo o per l’altro pure in Cina, ormai il paese che più inquina al mondo, si incrocia l’economia con l’ecologia. Forse perché costretti. Forse perché muoioni 750mila persone all´anno a causa dell´inquinamento. In Italia ci pare che siamo molto avanti soprattutto negli annunci anche se a questo governo va riconosciuta un’operatività neanche paragonabile con il precedente.

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