[28/06/2007] Acqua

Siccità, ma quanto sono utili i trasferimenti d´acqua?

LIVORNO. Pensare di risolvere il problema della carenza idrica attraverso la realizzazione di strutture quali dighe, sbarramenti, canali, scavi, non solo non risolvono il problema, ma spesso causano anche danni di notevoli proporzioni. Non è la prima volta che viene denunciato il problema, e adesso lo ribadisce il Wwf, in un dossier presentato oggi e dal titolo eloquente: «Trasferimenti d´acqua per risolvere la siccità? Una chimera».

Circa il 40% dei fiumi di lunghezza superiore ai 1.000 chilometri non scorrono più liberamente al mare ma sono interrotti da dighe e canalizzazioni. I casi della Spagna con trasferimenti d´acqua dal Tagus al Segura o, dell´Australia con il prelievo effettuato dallo Snowy al bacino Murray-Darling e infine del Sud Africa, dove a essere interessati sono i fiumi Orange e Senqu come donatori del sistema idrico Vaal, dimostrano il fallimento dell’approccio delle grandi opere al problema della siccità. Oltre ad essere estremamente costosi (in Australia l´opera che sarà conclusa nel 2020 raggiungerà l´astronomica cifra di 8 miliardi di dollari Usa) questi metodi danneggiano gli ambienti naturali e compromettono la stessa disponibilità di acqua: quindi si traducono in uso insostenibile della risorsa che paradossalmente moltiplica il problema siccità che si voleva risolvere.

«Siamo convinti che sia sempre possibile un’alternativa valida al trasferimento di acqua da un bacino all´altro. La tecnologia non aiuta a risolvere il problema» ha dichiarato Michele Candotti, segretario generale del Wwf Italia. «E´ necessario invece un impegno a lungo termine che conservi la naturalità dei fiumi che sono ancora in buono stato di salute e delle zone umide. Questo è il primo passo per una gestione razionale dell´acqua». Nel rapporto vengono esaminati nel dettaglio alcuni dei progetti che prevedono prelievi idrici e il loro trasferimento da un bacino verso un altro: in Brasile, Cina, Grecia e Perù. Tutti risultano avere in comune i medesimi difetti: costi eccessivi, trasparenza insufficiente, danni irreversibili ai fiumi, benefici programmati che non si realizzano e la mancanza di ricerca di opzioni sostenibili alternative. Un capitolo è naturalmente destinato anche all’Italia, dove il Wwf si augura che vecchi progetti previsti ad esempio per alcuni fiumi abruzzesi per portare acqua in Puglia siano definitivamente abbandonati e sostituiti da una gestione responsabile a livello di bacino idrografico.E Candotti ha aggiunto:

«Ma chiediamo soprattutto che venga applicata la Direttiva Quadro Acque 2000/60/CE, in assenza della quale si predispongono interventi che rischiano di fare danni e nient’altro» e viene portato ad esempio il piano irriguo nazionale predisposto dal Ministro delle politiche agricole, come prima risposta strutturale all´emergenza idrica, in cui gran parte degli interventi sono serbatoi per la raccolta d´acqua.

A conferma della mancata gestione razionale della risorsa idrica nel nostro Paese, è di ieri la notizia della decisione della Commissione Ue di inviare all´Italia un parere motivato, seconda tappa della procedura d´infrazione prima del deferimento davanti alla Corte europea, proprio per aver recepito in maniera incompleta la direttiva quadro in materia di acque.

Un tentativo maldestro fatto all’interno del Dlgs.152 del 2006, che è stato bloccato per interventi diretti da parte delle regioni, che hanno salvato almeno le autorità di bacino, ma che dovrà passare al vaglio della commissione di revisione del testo unico, come per le altre materie trattate. E che sulla base della tempistica che sta caratterizzando il resto, potrebbe farci arrivare tranquillamente all’ennesimo deferimento davanti alla Corte europea. Che ormai ci conosce (purtroppo) assai bene.

Torna all'archivio