[26/06/2007] Comunicati

Adattarsi al clima che cambia

LIVORNO. Abbattere le emissioni globali di anidride carbonica del 50% entro il 2050. L’obiettivo che si sono posti i sei «paesi previdenti» al recente G8 (Italia, Germania, Francia, Gran Bretagna, Giappone e Canada) è difficile, ma serio. Come hanno riconosciuto gli altri due «paesi scettici» (Stati Uniti e Russia).

Pochi hanno evidenziato che quell’obiettivo è necessario, ma non è sufficiente. È necessario per evitare che il cambiamento del clima sfugga a ogni controllo e che pertanto si verifichino gli «scenari peggiori» previsti dagli scienziati (aumento di 4 o addirittura 6 gradi della temperatura media superficiale del pianeta entro il 2100). Ma non è sufficiente a evitare un ulteriore aumento della temperatura media del pianeta. Dimezzare le emissioni di anidride carbonica entro il 2050 rispetto ai valori di riferimento del 1990, infatti, è necessario a contenere la concentrazione del gas serra in atmosfera entro un valore che è pur sempre doppio rispetto alla concentrazione che aveva in epoca pre-industriale.

Ciò significa che se anche – come ci auguriamo – la linea dei sei «paesi previdenti», la più avanzata oggi in discussione, dovesse passare, avremo comunque un aumento di 2 gradi della temperatura media del pianeta. da un punto di vista scientifico, significa che nel 2050 avremo comunque una concentrazione di gas serra in atmosfera mai conosciuta negli ultimi due milioni di anni.

Da un punto di vista politico significa che, oltre e accanto alla necessaria politica di prevenzione proposta dai «sei volenterosi», occorre anche una politica di adattamento. La specie Homo sapiens, che vive sul pianeta da appena 200.000 anni, deve infatti adattarsi a vivere in condizioni climatiche mai prima sperimentate. Ma la specie sedicente sapiens altro non è che la somma dei cittadini che vivono nelle varie nazioni del pianeta. Ivi inclusi i cittadini italiani.

Anche noi, che per realizzare le politiche di prevenzione già vincolanti dobbiamo abbattere del 13% le nostre emissioni entro il 2012, di un ulteriore 16% entro il 2020 (obiettivo unilaterale che si è dato l’Unione Europea) e, poi, magari, di un ulteriore 30% entro il 2050, dobbiamo iniziare contestualmente a realizzare serie politiche di adattamento alle nuove condizioni climatiche.

Quali dovranno essere, in dettaglio, queste politiche ce lo dirà tra il 12 e il 13 settembre prossimi la Conferenza nazionale sui cambiamenti del clima organizzata dal Ministero dell’Ambiente e, soprattutto, lo studio interdisciplinare di istituti di ricerca come il nuovo Centro euro-mediterraneo per i cambiamenti climatici. In generale possiamo dire che dovremo imparare a convivere non solo con temperature più elevate e «onde di calore» più frequenti, ma anche con rischio idrogeologico più acuto, con un deciso cambiamento del regime delle piogge, con un aumento del livello del mare e una diminuzione della copertura nevosa, con una modifica della biodiversità del paese.

Si tratterà di modificare l’uso del territorio, di riorganizzazione il sistema sanitario e la protezione civile, modificare gli stili di vita e la stessa economia. Saremo chiamati a un cambiamento culturale, prima ancora che fisico e biologico. Ci riusciremo solo se acquisiamo rapidamente consapevolezza della portata della sfida.

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