[01/06/2007] Rifiuti

I mercati finanziari e una politica economica democratica

LIVORNO. In questo articolo vorrei partire da un punto che considero centrale, ovvero il conflitto fra mercati finanziari da un lato e progetti di autentico sviluppo sociale, ambientale, umano dall’altro. La madre di tutte le obiezioni ad un serio programma che garantisca entrambi gli aspetti suona così: un programma del genere costerebbe troppo alle casse pubbliche, il debito pubblico crescerebbe al punto di costringere il governo alla bancarotta, di renderlo incapace di pagare persino gli interessi sul debito accumulato. Si tratta di un timore così diffuso, di un credo così radicato da aver indotto moltissimi paesi, ricchi e meno ricchi, a sottoscrivere impegni ufficiali e vincolanti per impedire esiti così pericolosi: i paesi della zona Euro hanno firmato il trattato di Maastricht, il parlamento indiano ha votato il “Fiscal Responsibility and Budget Management Act”, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale immancabilmente impongono ai paesi che richiedono i loro prestiti di praticare una stretta disciplina di bilancio, eccetera eccetera.

La filosofia è sempre la stessa: un’economia “va bene” se i conti pubblici sono a posto. Il resto, il livello di occupazione, il ritmo di crescita reale, la distribuzione del reddito, la bilancia dei pagamenti, la sostenibilità ambientale, ecc. è secondario. La giustificazione “tecnica”, che tuttavia come vedremo cela corposissimi interessi politici ed economici, è la seguente. Se un governo, pur animato dalla nobile intenzione di utilizzare le risorse disoccupate o male-occupate per produrre beni con forti caratteristiche di bene pubblico (tra cui la qualità ambientale) e beni atti a soddisfare le domande inespresse sul mercato dalle fasce più deboli della popolazione, chiede prestiti emettendo titoli del debito pubblico (o, equivalentemente, ricorre alla stampa di moneta) al fine di realizzare il proprio programma, ciò condurrà inevitabilmente a un aumento dei tassi di interesse (perché, a parità di offerta, l’aumento della domanda di prestiti ne aumenterebbe il prezzo) e perciò alla progressiva incapacità del governo stesso, oberato dal carico degli interessi passivi, ad onorare i propri debiti.

Lo spettro della bancarotta si farebbe reale. Ora, prima di valutare “tecnicamente” la sensatezza di questo argomento, è bene fare molta chiarezza su un punto: giusto o sbagliato che sia, a questo argomento i mercati finanziari – le banche, le compagnie assicurative, i fondi pensione, tutti gli altri operatori di borsa – credono. Ci credono veramente. Quando, fra il 30 aprile e il 31 maggio 2004 una coalizione di sinistra che aveva promesso la realizzazione di un programma simile a quello raccontato in questi articoli vinse le elezioni indiane, l’indice di borsa Sensex (l’equivalente del nostro Mibtel) crollò vertiginosamente, ovvero il prezzo della generalità delle azioni precipitò. Si noti: nell’economia reale indiana non era cambiato nulla, ma i grandi operatori del mercato finanziario, nazionali e stranieri, si erano convinti che le pratiche spendaccione della coalizione progressista avrebbero fatto aumentare i tassi di interesse, danneggiando l’economia reale e rendendo il governo talmente indebitato da non poter più nemmeno garantire condizioni di sicurezza e decenza infrastrutturale. Così decisero di vendere i titoli indiani di cui erano in possesso. A quel punto il nuovo governo di centro-sinistra tradì le proprie promesse (e i propri elettori) e decise di nominare ai vertici dell’economia un team di devoti all’ideologia del libero mercato. L’indice Sensex schizzò immediatamente verso l’alto, per la felicità dei possessori di azioni: dei mercati finanziari. Ancora una volta, naturalmente, nell’economia reale non era cambiato nulla (e che cosa volete che cambi in un paio di mesi? Chi è povero resta povero, chi va a lavorare continua a farlo).

Il senso di questa storia è chiaro: l’impegno del governo a spendere poco, a non intromettersi eccessivamente nelle cose degli affari – laissez faire, laissez passer! – costituisce un segnale volto a rassicurare gli operatori dei mercati finanziari e i possessori di azioni. I vostri interessi saranno tutelati, il valore di ciò che possedete sarà mantenuto. I poveri, l’ambiente, i beni pubblici, i disoccupati possono aspettare. La disciplina di bilancio intesa come fine, come scopo ultimo della buona politica economica è il segno di un’alleanza, di un patto di potere. Questo patto, non altro, è ciò che giustifica il totem della disciplina di bilancio. Non certo l’argomento “tecnico” esposto in precedenza, che si fonda su un errore macroscopico.

Infatti è bensì vero che i tassi di interesse tendono a crescere quando la domanda di prestiti eccede l’offerta di risparmio disponibile, ma è invece falso che l’emissione di titoli pubblici per il finanziamento di un programma come quello illustrato – ciò che di per sé aumenta la domanda di prestiti – lasci invariata l’offerta di risparmio disponibile. Perché se tale programma, attraverso il moltiplicatore keynesiano esposto nell’intervento precedente, stimola l’occupazione e la crescita, anche la capacità di risparmio dell’economia ne risentirà positivamente. Così come la stabilità politica e le opportunità di mobilità sociale. In altri termini, in un lasso di tempo sufficientemente lungo (ma non certamente biblico), il tempo necessario affinché si manifestino gli effetti positivi di una politica di spesa pubblica responsabile e capace di generare le risorse necessarie a rimborsare i debiti contratti, l’interesse dell’azionista e del lavoratore, dell’azionista e dell’ambiente, del’azionista e del disoccupato non sono necessariamente in contrasto. Ma nel più breve periodo, non foss’altro che per l’autoconvincimento dell’azionista, lo sono. Siamo tutti un po’ lavoratori e un po’ azionisti, un po’ ambientalisti e un po’ azionisti, un po’ preoccupati del benessere e della stabilità di lungo termine e un po’ attratti dal guadagno più immediato. E io credo che sia questo prevalere degli interessi più immediati, questo accorciamento degli orizzonti temporali a restringere lo spazio per una politica economica autenticamente progressista.

Concludo mettendo in luce ciò che a me pare la logica conseguenza del ragionamento svolto in questi quattro interventi. “Crescita” e tutela ambientale non sono concetti da contrapporre, quasi che l’una fosse inevitabilmente nemica dell’altra. Crescita e tutela ambientale dovrebbero invece allearsi, in quanto prospettive di largo respiro, contro il vero nemico comune: l’immediata avidità dei mercati finanziari, l’illusione del far quattrini in poco tempo e senza fatica, questo demone che sta dentro di noi e che la politica si dovrebbe incaricare di scacciare.

Nei prossimi interventi cercheremo di capire come.

*docente di economia per lo sviluppo all’Università di Pavia

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