[30/05/2007] Comunicati

Dai festival dell´ecologia a quelli dell´economia. E quelli dell´economia ecologica?

LIVORNO. Si apre questo pomeriggio a Trento la seconda edizione del Festival dell’Economia. Cinque giorni di incontri, spettacoli, mostre e laboratori. Quest’anno il tema è: Capitale umano, capitale sociale. Nell’introduzione di Tito Boeri, responsabile scientifico del Festival, si legge: «Il futuro economico di una nazione è legato alla sua dotazione di capitale umano e di capitale sociale, molto di più di quanto non sia alle strade e ferrovie e ai macchinari di cui dispone. Se l´Italia avesse una manodopera più istruita e se i suoi cittadini si fidassero di più gli uni degli altri, probabilmente la sua posizione non sarebbe crollata nella graduatoria dei paesi per reddito pro capite».

Sfogliando il ricco programma non c’è traccia di riferimenti nè al capitale naturale nè alla sostenibilità. Neppure all’ecologia e all’ambiente in generale, fosse solo un riferimento alla protezione e alla salvaguardia. Lo si trova – in quest’ultima formula - quasi incidentalmente in qualche incontro con gli autori, così a spot. Ne abbiamo parlato con l’economista dell’ambiente Marzio Galeotti, professore ordinario di Economia Politica presso l´Università di Milano e responsabile del programma di ricerca sui cambiamenti climatici presso la Fondazione Eni Enrico Mattei, nonché già expert reviewer del Third Assessment Report (Working Group III on Mitigation) dell´Ipcc e collaboratore di la voce.info.

Proprio Galeotti, infatti, inaugurerà oggi alle 18.30 la sezione “Visioni” del Festival presentando il lavoro di Partha Dasgupta, docente di Economia all´Università di Cambridge e Fellow del St John´s College, membro di prestigiose accademie e comitati scientifici, è uno dei maggiori economisti mondiali.

Professor Galeotti, cominciamo con il definire cosa fa esattamente un economista dell’ambiente.
«Prende coscienza che i sistemi economici degli individui interagiscono con l’ambiente e hanno un impatto e un feedback sui sistemi economici e sociali. L’economista dell’ambiente quindi valuta costi e benefici e, su questa base, suggerisce ricette per modificare una situazione indesiderata».

Dunque incrocia l’economia con l’ecologia. Un approccio che ormai dovrebbero avere anche gli economisti classici. Non crede quindi che un Festival dell’Economia dovrebbe almeno parlare anche di sostenibilità ambientale e di riorientamento dell’economia stessa, non fosse altro per mitigare quegli impatti di cui parlava e che il rapporto Stern ha avuto il merito di contabilizzare almeno nella parte relativa ai cambiamenti climatici?
«Questa sarebbe una domanda da porre al responsabile del Festival Tito Boeri, io partecipo al festival ma non sono stato coinvolto nella preparazione dei temi da affrontare. Credo che parlando di capitale umano e sociale si faccia riferimento anche a quello naturale. In qualche modo il tema sarà toccato. Ma effettivamente ci vorrebbe che un prossimo festival sia dedicato esclusivamente al rapporto tra economia, ecologia e sostenibilità».

Dal suo punto di vista, gli economisti in generale si stanno cominciando a porre il problema della sostenibilità?
«Quello che sto vedendo è che con l’avanzamento dell’emergenza clima effettivamente qualcosa si sta muovendo sia nell’opinione pubblica. Gli economisti in realtà si occupano da tempo di ambiente. Diciamo che era un gruppo più ristretto che ora, anche grazie come diceva al rapporto Stern, è sempre più nutrito e più preparato. Nel tempo, ad esempio, è stato importato uno strumento di analisi e di verifica come la Teoria dei giochi (la scienza matematica che analizza situazioni di conflitto e ne ricerca soluzioni competitive e cooperative tramite modelli, ndr) dalla scienza economica a quella politica per affrontare l’effetto serra. C’è infatti il problema di coordinare nel mondo i vari incentivi per combatterlo e quindi di individuare una strada per mettere d’accordo tutti i Paesi».

Questo anche perché manca una governace mondiale?
«Assolutamente sì. Neppure l’Onu, infatti, ha il potere di punire chi non rispetta gli accordi e per questo si sta lavorando su quel modello che dicevo prima. Per quanto riguarda la sostenibilità ambientale e quindi lo sviluppo sostenibile si sta lavorando soprattutto sulla produzione di energia in rapporto al petrolio. Parlo sempre dell’effetto sui cambiamenti climatici. Prima gli economisti si ponevano solo il problema del prezzo e delle riserve. Ancora oggi in parte è così quando ad esempio si fa riferimento al carbone che costa poco e ci si dimentica delle ricadute sull’ambiente e dei relativi costi. Oggi il grande tema è quello dell’energia e delle sue ricadute sul clima, questo tira e porta con sé e costringe anche a ripensare l’economia. E quindi innovazione tecnologica e sforzi, ovvero finanziamenti, per risparmio energetico, fonti rinnovabili, geoingegneria. Insomma grazie (?) al global warming, il tema sta diventando la punta di un iceberg che sta emergendo».

A proposito di temi, l’economia si sta ponendo quello dei flussi di materia?
«Premetto che non sono esperto di rifiuti, ma conosco la questione dei flussi di materia. Devo dire che oggettivamente non si muove molto. E uno di quegli ambiti circoscritti che solo ogni tanto fa capolino. Diciamo che purtroppo non è avvertita come una necessità. Per quanto ne so se ne parla solo il Wuppertal Institute, mentre in Italia è praticamente ignorato».

Ma poi giornalmente c’è da affrontare il problema dei rifiuti e si avverte la necessità di ridurli…
«Purtroppo è così, si interviene sempre sull’emergenza perché i costi da sostenere per intervenire servono subito, mentre i benefici spesso arrivano dopo qualche tempo e allora la logica dei governi porta a affrontare i problemi, sbagliando, sempre più tardi».

Proprio sui tempi con cui bisognerebbe far fronte ai problemi, la terza parte del rapporto dell’Ipcc - quella conclusiva dove si indicano le possibili soluzioni per affrontare i cambiamenti climatici – si parla anche di nucleare di IV generazione e della tecnologia della cattura e dello stoccaggio della Co2. Due tecnologie tutt’altro che pronte, per affrontare un problema a dir poco imminente.
«Quando è stato redatto il rapporto ero lì e quindi conosco il testo e secondo me e la stampa ha gonfiato una contrapposizione che non c’era. E’ vero che è stato cambiato un passaggio, ma non era un’indicazione del rapporto bensì un constatazione. Ovvero riguardo alla quota del nucleare inizialmente era stato scritto che ci sarebbe stato un crescente contributo fino a salire al 18% e questo ha suscitato reazioni dei paesi europei come Spagna e Danimarca. E allora è stato cambiata la parola ‘crescente’ con ‘moderato’. Quindi l’Ipcc non privilegia il nucleare, ma prende atto di una situazione sulla base dei modelli che ha a disposizione. Ovvero non è una posizione favorevole all’atomo come quella che ho sentito per radio oggi di Veronesi…».

Ma lei che ne pensa?
«Che non è un’ipotesi percorribile sia per i tempi sia per i costi. Se i tempi sono il 2020 e si pensa agli obiettivi europei del 20, 20, 20 e che per costruire una centrale nucleare servono 15 anni, mi sembra che la cosa sia evidente. E ancora, i costi? Nessun privato è in grado si sostenerli e non vedo un governo che vuole fare un investimento di questo tipo a fondo perduto. Inoltre si parla del nucleare dicendo: è emissioni zero, questa però è solo una parte della questione, perché è a emissioni 0 di C02, ma gli altri impatti? Senza parlare delle sorie e della sicurezza, anche se su quest’ultima effettivamente sono stati fatti grandi passai avanti. Poi intendiamoci, secondo me nessuna barriera allo studio sul nucleare, quello deve andare avanti».

E sulla cattura della Co2?
«Il Cts è un’ipotesi più concreta, anche se è un progetto pilota. Secondo quanto è a conoscenza dell’Ipcc sarà pronta a breve, anche se non sono assenti delle problematiche ambientali. C’è poi una questione anche qui controversa: si dice di catturare la C02 delle centrali a carbone. E contemporaneamente si dice che il carbone costa poco. Quello che nessuno dice è che se a una centrale a carbone si installa un’apparecchiatura come il Cts i costi non saranno più bassi…».

Dunque le strade sono risparmio energetico e rinnovabili. E il gas?
«La questione è presto detta: un conto è dire come vorremmo che fosse il mondo, un conto è dire le cose che si devono fare così e basta. Se vogliamo essere realisti e pensare ai prossimi 20-50 anni, ebbene il petrolio e le fonti fossili in generale la faranno ancora da padroni. Se guardo al futuro lontano dico quindi ok alle rinnovabili, se penso a produrre ora tutta l’energia da fonti rinnovabili mi viene invece da sorridere. Quindi ora è fondamentale per me la diversificazione e, come fase transitoria dell’abbandono del carbone, sono favorevole all’uso del gas».

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