[28/05/2007] Monitor di Enrico Falqui

Ci vorrebbe Marinetti...

Parlare di Firenze è tema difficile e complesso poiché essa è divenuta, nel tempo, un grande mosaico di pezzi distinti, a volte saldati a volte separati, ciascuno con una propria forma: il centro storico, i quartieri progettati, le nuove e le future infrastruttur , o senza una forma, uno sciame di frammentazione dell’ambiente rurale e del paesaggio.

Ancora più difficile è tentare di farlo sfuggendo al coro negativo degli scettici sul futuro di Firenze o alla schiamazzante retorica dei luoghi comuni superficiali con cui molti suoi concittadini giustificano la decadenza della città.

In questi anni infatti, è accaduto spesso che gli argomenti della “fragilità“ e della “vulnerabilità” di Firenze siano stati utilizzati per frenare o bloccare ogni tentativo di riorganizzazione di un ambiente e di uno sviluppo urbano, la cui impronta ecologica è superiore di circa 3 volte a ciò che il suo ambiente naturale può sopportare (secondo quanto ci dicono alcune recenti ricerche negli Ecoistituti europei).

Ma non vi è possibilità di ridurre l’ecological-footprint della città, senza modificare strutturalmente le cause che hanno prodotto una pressione insostenibile per la qualità della salute dei propri abitanti, ma anche per la qualità sociale della città, per la qualità dei servizi e per l’efficienza del vivere in una città visitata ogni anno di circa 20 milioni di turisti.

Ciò che unisce, a Firenze, (ma anche in altre città italiane) i teorici della conservazione dello status quo e della rendita di posizione con i fondamentalisti di una sinistra radicale e pseudo-ambientalista, è la preoccupazione che i valori storici delle città siano messi a repentaglio dalle dinamiche urbane contemporanee (e in molti casi ciò è realmente avvenuto), al punto da far perdere l’identità di questi luoghi e di queste città.

In altre parole è come se temessimo che le trasformazioni in atto nelle nostre città, possano farci fuoriuscire dalla Storia, tesi alquanto simile a quella sostenuta erroneamente da Fukuyama sulla “fine della Storia”, che non è finita e non sta per finire, come egli stesso ha recentemente riconosciuto.
Al tempo stesso questa preoccupazione sulla fragilità e sulla vulnerabilità di Firenze viene cancellata nel momento in cui ci si accorge che circa due terzi della città è ormai stretta nella morsa di un assedio quotidiano del traffico, che ammorba i polmoni dei suoi abitanti, distrugge qualsiasi efficienza e qualità dello sviluppo, distrugge progressivamente il patrimonio artistico ed architettonico della città.

Quando Prigogine applicò la sua teoria delle strutture dissipative al sistema aperto della città, ebbe la felice intuizione di comprendere che vi sono momenti nel ciclo storico-evolutivo di una città nei quali il sistema urbano è incapace di sostenere a lungo un “ ordine urbano” metastabile e che alcuni fenomeni segnalano in modo caotico la necessità che il sistema urbano si riorganizzi ad un “ ordine di equilibrio “ più complesso, per ottenere il quale sono necessarie radicali trasformazioni dell’ordine precedente.

Firenze ha avuto, nella sua storia recente, due momenti che assomigliano alla fase meta-stabile del sistema urbano descritta da Pregogyne: la trasformazione urbanistica degli inizi del ‘900 progettata dal Poggi e il Piano regolatore del 1962, progettato da Edoardo Detti.
Questa “ città“ non esiste più, nonostante che i confini comunali siano gli stessi di allora e che gli abitanti iscritti all’anagrafe risultino in diminuzione, circa 350.000.
La città reale è costituita da una conurbazione metropolitana di circa un milione e mezzo di abitanti che vivono in un territorio frammentato e diffuso tra Pontassieve e Prato, che si spinge ormai a lambire Pistoia, rendendo il sistema della mobilità e la carrying capacity del sistema ambientale , i due veri fattori limitanti dello sviluppo della nuova città di Firenze e della qualità della vita dei suoi abitanti.

Firenze ha sempre saputo esportare una fiducia tra civiltà del Passato e civiltà del Futuro; tornano in mente le parole di Albert Camus “Firenze uno dei pochi luoghi d’Europa in cui ho capito che nel cuore della mia rivolta dormiva un consenso“.
Eppure nuovi conservatori di destra e di sinistra, oggi a Firenze, si uniscono in un incessante tam-tam che ricorda le furibonde invettive di Savonarola contro la famiglia dei Medici e che trova comune ospitalità sulle pagine dei tre giornali che fanno “opinione“ in città: La Repubblica (sinistra), La Nazione (centro) , Il Giornale (destra).
Paure, timori, preoccupazioni (alcune legittime) dominano costantemente i loro titoli; proteste, dissensi, petizioni, referendum sono costantemente in primo piano su tutti e tre i quotidiani, in modo da stimolare un’ostilità culturale verso quella radicale trasformazione di cui la Nuova Città ha bisogno.

Nessuna voce (o esile o inadeguata) si leva a invocare la missione internazionale di Firenze, a invocare un senso del decoro urbano che oggi sembra smarrito e che rende questa amatissima città “sporca , mal mantenuta nei suoi preziosi gioielli d’arte“ per l’opinione di chi la visita, “difficile, litigiosa, poco efficiente” per i giovani, “stancante e poco sicura” per gli anziani che la abitano e che scrivono lettere inascoltate sui quotidiani cittadini. L’identità dei luoghi si tutela trasformando radicalmente le cause di quel degrado urbano che è l’anticamera del degrado sociale e del declino di una città che non sa adeguarsi al ruolo che tale Storia le ha conferito.

Amartya Sen ci avverte che “tutti noi abbiamo molteplici identità in contesti disparati per cui anche la preoccupazione di perdere il proprio passato, di focalizzare l’attenzione sulla propria comunità può essere limitante”.
Le città non sono un blocco omogeneo; non lo sono mai state, sono una miscela composita di fattori globali e locali il cui diverso dosaggio le fa diverse non solo tra loro ma anche al loro interno.
Tutti coloro che amano Firenze e che l’hanno vissuta profondamente sono consapevoli che Firenze è in grado di accettare tutte le sfide che riguardano il suo destino e il suo ruolo nel mondo.
Ciò che era chiaro a Giuseppe Giusti, quando rivolgendosi alla città delle lumières, Parigi, affermò : “…eravam grandi e là non eran nati”, dando agli Italiani la certezza di avere dalla propria parte lo spirito del Rinascimento, oggi appare offuscato dal ruolo che Firenze può avere in Europa ed in tutti i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo.

Firenze non ha bisogno di consolidare la città diffusa, la crescita dello sprawl-urbano, la frammentazione dell’ambiente naturale e del suo paesaggio urbano.
Firenze ha bisogno del coraggio di una trasformazione radicale della qualità del suo sviluppo urbano in modo da renderla “accessibile” ai vecchi e ai nuovi abitanti della città metropolitana.
Firenze ha bisogno di far risorgere un sistema urbano compatto e un sistema sociale coeso, progettando il riuso dei contenitori vuoti e dismessi con le forme e le architetture più innovative e più capaci di utilizzare risorse ed energie rinnovabili. Il bisogno di modernità delle architetture negli spazi urbani risponde a quel bisogno di città che vive nell’animo dei cittadini in ogni parte del Mondo e corrisponde a quel rispetto verso il paesaggio storico urbano a noi tramandato, il quale, attraverso cento orti, cortili interni e giardini si congiungeva alle ville e ai palazzi fiorentini nelle varie epoche della sua storia.
Firenze ha bisogno di una crescita e di un’espansione della città-cultura, in modo da riannodare un patrimonio ancora sconosciuto della modernità e dell’età contemporanea al sistema urbano e metropolitano, a tutti i processi di riallocazione di edifici e contenitori urbani che si svuotano di funzioni (caserme, tribunale e strutture giudiziarie, edifici universitari e centri di ricerca, contenitori espositivi e sedi del Demanio e dello Stato) e che possono costituire i nodi di una Città-cultura di valore internazionale che riesce a informare di sé l’immagine mondiale della Nuova Firenze.

Ciò che è riuscito a Bilbao attraverso il progetto del Museo Guggenheim, a cui ha fatto riferimento un progetto di riqualificazione delle aree portuali e dei quartieri limitrofi, dovrebbe essere considerato impossibile qui da noi?

La competizione che sta avvenendo tra le città non spinge solo verso l’omologazione ma anche verso l’innovazione e in alcune città difficili come la megalopoli del Cairo si mobilita l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale, intorno ad un Parco Naturale di eccezionale bellezza, estraneo al contesto storico tradizionale del luogo al pari di quello che è stato ,a Parigi, il Beauburg nei confronti del quartiere storico di Les Halles .
In altre parole, la storia è depositaria delle nostre molteplici identità. Ma i valori storici non sono solo quelli che si ereditano ma anche quelli che si costruiscono, che si assimilano, che si trapiantano, che si metabolizzano.

Se diamo uno sguardo a un passato non molto lontano, ci accorgiamo che l’ideologia futurista fu animata da una concezione vitalistica dell’esistenza che congiunse strettamente Arte e Vita. La nuova estetica di Marinetti mirò all’elaborazione di modi espressivi capaci di adattarsi alle nuove realtà della civiltà industriale determinate da un’evoluzione tecnica accelerata. Spinti da una forte esigenza di rinnovamento, i futuristi esaltarono “la trasformazione radicale“ del modello di sviluppo in polemica con il tradizionalismo accademico e il passatismo benpensante della cultura borghese.
Proprio come accade oggi, a Firenze come in altre città, dove ci vorrebbe un Marinetti e il suo movimento futurista per “svegliare” l’animo intorpidito dei conservatori e dei passatisti che volendo salvare e difendere il patrimonio della città finiscono per assicurarle il degrado ecologico e sociale e il progressivo declino.

Non dimentico né ignoro l’adesione che Marinetti dette al nascente fascismo di Mussolini; parlo di quelle sue idee con laicità pari al pensiero di Ezra Pound (definito “traditore” e rinchiuso in un manicomio criminale nel suo paese) che di lui disse : “senza di lui il movimento al quale Joyce, Eliot e altri abbiamo dato vita, non sarebbe mai esistito “e l’Arte e la Letteratura del Novecento non avrebbero mai sviluppato quel movimento moderno che arriva sino alla pop art e alla musica elettronica rock attuale".

Ci vorrebbe oggi lo stesso coraggio e la stessa forza che dette origine al manifesto dei futuristi agli inizi del ‘900, per esporre in tutte le città italiane le utopie concrete della Nuova Città nella quale lo sviluppo sostenibile di essa è la migliore garanzia per la tutela di tutte le fragilità che la Storia ci ha consegnato e la migliore eredità per le future generazioni di abitanti che in essa troveranno ancora la felicità e l’orgoglio di appartenere alla stessa “civitas”, ritrovando in essa i vecchi e i nuovi valori della sua identità.

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