[24/05/2007] Comunicati

Montezemolo: tanta politica, poca innovazione, zero sostenibilità

LIVORNO. Chi si aspettava o temeva una relazione incentrata sull’ economia, la politica e l’antipolitica è stato accontentato. Luca Cordero Di Montezemolo, nell’assemblea che segna l’avvio dell’ultimo anno del suo mandato come presidente di Confindustria non si è risparmiato. Ha attaccato la politica sottolineando fin dalla sua apertura che la riforma dello Stato viene prima di tutto e che la politica costa troppo, aggiungendo che «manca la forza per un grande progetto Paese».

E i temi economici in effetti sono stati integrati, affiancati se non addirittura superati da quelli sociali e politici: dalla sanità all’istruzione, dalla lotta alla criminalità organizzata agli sprechi della pubblica amministrazione, dalle pensioni alla sicurezza sui luoghi del lavoro, dall’Europa all’immigrazione: la relazione di Luca Cordero di Montezemolo è stato un vero e proprio comizio, quasi un programma elettorale a 360 gradi (unica assenza: le tematiche della sostenibilità) che sembra confermare i rumors che pronosticano per l’attuale presidente degli industriali un futuro politico e partitico, magari da ago della bilancia fra i due poli.

Davanti ai 3mila delegati presenti (e ai 14 ministri del governo Prodi), il presidente di Confindustria nella prima parte del suo intervento era invece partito da temi più “consueti” per la platea, ovvero dai meriti e dalle domande delle imprese per rispondere all’esigenza di competitività.

«Il futuro del paese e delle imprese non può adagiarsi sui tempi e i rituali della partitocrazia – ha detto - Bisogna guardare avanti e porsi obiettivi non più di breve termine, legati alle scadenze elettorali: per il 2015 serve un´Italia moderna, competitiva, concorrenziale e meritocratica. Non possiamo più permetterci di non decidere, di perdere tempo. Non vorrei che qualcuno pensasse che questa ripresa sia sufficiente. Non lo è».

«La ripresa non è ancora consolidata, è fragile, e si spegnerà rapidamente se saremo lasciati soli - ha aggiunto il leader degli industriali all´assemblea annuale - bisogna rimuovere le tante, tantissime anomalie che ci costringono a competere con un braccio legato dietro la schiena».

E il braccio legato alla schiena per Montezemolo sono anche e soprattutto le tasse. «Non è accettabile una pressione fiscale così concentrata sulla produzione, rispetto alle rendite e ai consumi. Paghiamo troppe tasse per alimentare la spesa corrente e gli interessi sul debito mentre i servizi sono spesso insoddisfacenti e gli investimenti pubblici non arrivano a un modesto 4% del Pil. Per ridurre stabilmente la pressione fiscale la strada é abbattere il debito pubblico, tagliare la spesa improduttiva, su cui si è fatto ancora pochissimo per non dire nulla, spingere la crescita dell´economia. E poi, come ripetiamo da anni, far pagare le tasse a tutti».

Aggiungendo che sul lavoro nero «i dati sono scandalosi e indegni di un paese civile: condividiamo la lotta al lavoro nero, al sommerso che tocca il 30% del pil».

Ma Montezemolo non ha insistito su quello che appare essere il vero male dell’economia italiana: l’innovazione. Ha sfiorato il tema parlando dell’istruzione e degli abbandoni scolastici, ma ha glissato il fatto che l’innovazione italiana è sempre più senza ricerca, come ha gridato stamani dalle pagine del Sole 24 Ore Riccardo Viale, direttore della fondazione per l’innovazione tecnologica Cotec, che ieri ha presentato il rapporto annuale sull’innovazione: dati come quello sulla spesa italiana in ricerca e sviluppo, rimasta immutata dal 1990 al 2003, parlerebbe da soli.

Oppure che in Germania quasi il 60% delle imprese con almeno 10 addetti ha progetti di innovazione, e questa quota nell´ultimo triennio risulta in forte crescita rispetto al triennio precedente, mentre in Italia la percentuale è ferma al 35%, ben al di sotto della media comunitaria. Il grosso dell´attività innovativa italiana inoltre è concentrata sui prodotti mentre in Germania è concentrata sui processi produttivi, con un maggiore investimento in risorse umane e in attività di ricerca e sviluppo.

Le imprese italiane in sostanza non sono molto inclini a spendere in qusto segmento e aspettano che lo faccia lo Stato (che indubbiamente ha i suoi grossi limiti), così che in Italia alla fine meno del 50% della spesa per ricerca e sviluppo proviene dalle imprese, contro una media Ue del 63% e punte del 70% in Germania, Svezia e Finlandia.

«I prodotti del made in Italy – spiegava Viale – possono spingere molto in alto e molto in fretta, ma essendo facilmente imitabili e non basati su tecnologie scientifiche fanno fatica a difendere il proprio mercato. Il nostro rapporto mostra – ha concluso Viale – che siamo forti nelle innovazioni non tecnologiche e nella produttività scientifica, ma questo non basta per essere competitivi nel lungo termine: abbiamo bisogno di una società più meritocratica e aperta in senso popperiano».
E in effetti il genio italiano e la fantasia innovatrice sono più spesso rivolti al marketing o alle griffe, che non alla ricerca di innovazione di processi che risulterebbero già di per sé difficilmente imitabili. Ed offrirebbero la possibilità di impostare un sistema industriale in grado di garantire buona e nuova occupazione a personale qualificato, anziché un lavoro precario che è sempre più caratteristico- anche questo- del made in Italy.

Torna all'archivio