[14/05/2007] Rifiuti

Ma se in Campania non si riesce più a garantire nemmeno l´igiene urbana...

LIVORNO. Dopo il vertice nella prefettura partenopea, restano minime le possibilità di un dietrofront da parte della struttura commissariale sulla discarica individuata a Serre. L´incontro infatti, al quale non ha partecipato il commissario Bertolaso, è servito solo a ribadire le posizioni in campo. Mentre resta alta la tensione, così come nelle altre località individuate dal decreto quali sedi di discarica: Savignano Irpino, Sant´Arcangelo Trimonte (Benevento) e Terzigno, nel parco del Vesuvio.

Ma al di là dei fatti di cronaca, e dell’evoluzione della situazione specifica in Campania, non si può nascondere che mentre la discussione sulla sostenibilità e in alcuni casi addirittura sulla necessità di un’economia ecologica sta lentamente prendendo piede a tutti i livelli politici e sociali, a livello amministrativo si sconta quasi una regressione nel garantire i servizi fondamentali del cittadino, quale appunto risulta essere l’igiene urbana, che porta dietro sé come conseguenza anche ripercussioni di carattere sociale e sanitario.

Con Daniele Fortini, che è presidente nazionale della Federazione dei servizi pubblici di igiene ambientale, abbiamo cercato di sviluppare questo tema.

«In effetti penso che in senso generale la capacità di assumersi responsabilità del ceto politico sia un punto dolente del nostro Paese, perché oggi sembra che quanto più la società sollecita decisioni di qualità per la coesione sociale e il progresso, tanto più la politica appare incapace di dare risposte. Ritengo che ciò accada prevalentemente per il tipo di evoluzione della politica italiana, con una spaventosa frammentazione - di partiti, correnti, gruppi di pressione - che ha impoverito la capacità di mediazione e sintesi. Il problema non è solo la scomparsa dei grandi partiti, quanto il fatto che venendo a dominare gli aspetti personalistici della politica, alla fine ciascun attore che detiene responsabilità sente di dover rappresentare gli interessi di un proprio elettorato: magari anche piccolo, ma che comunque garantisce la sopravvivenza di un partito o di un gruppo. Ecco allora che in situazioni come questa anche decisioni “banali”, come togliere i rifiuti dalle strade, diventa un contenzioso continuo fra rappresentanti di interessi disparati, che ti condannano all’immobilismo».

Ma proprio per questi motivi si ricorre solitamente ai commissariamenti anche se, almeno in Campania, con risultati finora molto deludenti.
«Il bilancio dei commissariamenti è assolutamente fallimentare, sia per la pianificazione sia per la gestione. Ma prima di tutto va ricordato che i commissari sono nati per risolvere l’emergenza e sono straordinari, invece a Napoli si susseguono da 13 anni. Poi bisogna anche dire che questo fallimento ha comunque fatto comodo a tanti: togliere dalla responsabilità consigli regionali e comunali, ha dato una bella mano a questi signori. Detto questo, ribadendo che i commissariati sono fallimentari, non è con una semplice restituzione ai legittimi responsabili delle prerogative costituzionali, che si risolverebbe ora la situazione, ma anzi la aggraverebbe».

Quindi qual è la strada da percorrere?
«In linea teorica quella appena intrapresa: Bertolaso ha un incarico di commissario straordinario che scade fra 7 mesi. In questo arco di tempo deve risolvere l’emergenza con mezzi e poteri speciali che non possono che essere l’apertura di alcune grandi discariche dove ricoverare i rifiuti che altrimenti nelle strade possono provocare problemi sanitari gravissimi: mi riferisco non tanto ai rischi di epidemie, quanto ai cumuli di rifiuti che ora vengono bruciati quotidianamente per strada dai cittadini e che producono una quantità enorme di diossine rispetto a qualsiasi inceneritore. Senza contare le ripercussioni economiche dal punto di vista turistico».

E al 31 dicembre 2007 che cosa è auspicabile che accada?
«Bertolaso deve aver aperto queste discariche e controllato che i flussi siano corretti, risolvendo l’emergenza e mettendo in condizione la regione di programmare la gestione dei rifiuti in un tempo ragionevole: le discariche cioè devono garantire 2-3 anni di copertura, mentre dal primo gennaio 2008 devono essere subito riconsegnati tutti i poteri a ministro, regioni, province e comuni, affinché i legittimi responsabili realizzino in questi 3 anni il termovalorizzatore di Acerra e gli altri due inceneritori previsti dal piano regionale, avviando anche la costruzione degli impianti di compostaggio».

Facendo un salto forse più geografico che logico, non ritiene che la stessa regressione, con le dovute proporzioni, si manifesti per esempio anche in Toscana in questo dibattito infinito sui servizi pubblici, dove neppure all’interno di uno stesso partito si riesce ad avere una posizione unitaria?
«Questo è vero solo in parte, perché di fondo osservo che in Toscana oggi c’è un grande desiderio trasversale di semplificazione, di trasparenza e di economicità. Tutti muovono in questa direzione, anche se poi le strade indicate per arrivare all’obiettivo sono effettivamente diverse. Ritengo che sarebbe utile trovare una mediazione in grado di salvaguardare la possibilità per ogni comune, anche il più piccolo, di poter concordare le decisioni. Il meccanismo potrebbe essere quello di una conferenza dei servizi permanente che si riunisca ogni anno».

Questa conferenza non sarebbe l’ennesimo organismo che invece di semplificare rende tutto più complicato? E rispetto all’ipotesi holding non ne sarebbe una sorta di copia?
«Io sulla holding regionale non ho mai nascosto le mie perplessità. Basta guardare cosa accade fuori Toscana: Hera sta faticando molto a riconnettere tutte le sue relazioni esterne, perché è diventato un soggetto quotato in borsa con un modello di tipo piramidale, dove sul territorio ha messo società operative. E’ vero che in Toscana l’idea di una holding è molto diversa e finalizzata a semplificare il dialogo fra i comuni, ma mi sembra che finora nella discussione che si è sviluppata ci si sia concentrati esclusivamente sull’aspetto imprenditoriale della holding e non su quello della “governance pubblica”. Quindi se è vero che la proposta dei sindaci può essere vista come una sincera risorsa di modalità migliorativa, ora è necessario che si discuta di governance, cioè di come il pubblico intende fare le regole, di come intende farle applicare e infine di come intende sorvegliare».

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