[14/05/2007] Monitor di Enrico Falqui

L’insostenibile leggerezza della decrescita 2

Nel 1846 l’Inghilterra fu costretta ad abrogare la “Corn Law “, togliendo ogni tassa sui cereali importati e abbandonando ogni speranza di autarchia, a causa dell’accelerazione dei processi di industrializzazione e di urbanizzazione connessi alla crescita della popolazione e agli impetuosi movimenti di migrazione dalle campagne alle nuove città inglesi. All’epoca, Charles Dickens descrive in “Tempi difficili” la nascente età industriale attraverso l’immagine di Coketown, città-fabbrica modello che progressivamente si trasforma in Megalopoli “…il cui scopo ultimo è di ridurre il complesso della vita umana ad una serie di relazioni che hanno come unico tramite la carta …e di fare in modo che l’unico idolo dell’Utopia nazionale si mantenga vivo nelle menti dei sottomessi abitanti della campagna.”

Agli inizi del ‘900 i suoi agricoltori producevano una quantità di grano sufficiente a nutrire l’Inghilterra solo per otto settimane l’anno: fu la Russia zarista a colmare quel deficit alimentare che rischiava di mettere in ginocchio una Nazione potente sul piano culturale e militare che, sfavorita dalla propria geografia nord-insulare, ha sperimentato in modo drammatico le conseguenze della sottrazione di terreni rurali idonei alla produzione di cibo.

Oggi, un recente studio pan-europeo mostra un continuo e rapido sviluppo spaziale delle città, con un aumento di più del 5% in un decennio, un’area di suoli utili alla produzione di cibo pari a tre volte il territorio del Lussemburgo. Lo spazio consumato per persona, nelle città europee, è più che raddoppiato negli ultimi 50anni, l’estensione delle aree edificate che hanno occupato lo spazio libero rurale nei Paesi dell’Europa Occidentale è aumentato negli ultimi dieci anni del 20%, a fronte di una popolazione che è cresciuta soltanto del 6%.

Nel 2005 è stato pubblicato il rapporto “Millennium Ecosystem Assessment (al quale hanno partecipato oltre 1300 esperti di 95 Paesi), nel quale si afferma che “le zone aride coprono circa il 41% della superficie terrestre, ospitano più di 2 miliardi di persone, un terzo della popolazione mondiale attuale e dispongono solo dell’8% delle risorse rinnovabili di acqua: ciò è la causa del progressivo e irreversibile degrado dei suoli rurali nelle zone aride e nella vertiginosa diminuzione della loro capacità di produrre cibo.

Il rapporto mette in evidenza come , tra il 1960 e il 2000, mentre la popolazione mondiale raddoppiava da 3 a 6 miliardi e l’economia mondiale si accresceva più di 6 volte, la produzione di cibo e l’accessibilità nell’utilizzo dell’acqua sono aumentate di circa due volte e mezzo. Nei prossimi 50 anni si prevede che la domanda di cibo potrebbe crescere dal 70 all’80% e la domanda di acqua dal 30 all’85%.

Lo spazio rurale va dunque restringendosi , nei Paesi occidentali per effetto dei processi di urbanizzazione incontrollata determinati non più dalla crescente pressione demografica (come è storicamente sempre avvenuto fino a metà del ‘900),bensì per il cambiamento rapidissimo degli stili di vita e dei modelli urbani di consumo.
Nei Paesi del Terzo e del Quarto Mondo, invece , lo spazio rurale va restringendosi per effetto sia dell’avanzamento delle megalopoli nello spazio rurale, a causa dell’imponente processo di inurbamento delle popolazioni rurali alla ricerca di un habitat più sicuro dove è possibile sopravvivere, abbandonando territori rurali i cui suoli, come abbiamo visto, sono sempre più incapaci di produrre cibo sufficiente e per la crescente aridificazione dei terreni.

Nonostante ciò i teorici della "crescita illimitata" dell’economia globalizzata , oggi, continuano a diffondere le loro utopistiche certezze in ragione del fatto che i Paesi ricchi occidentali hanno pianificato da tempo il loro "spazio rurale", produttore di cibo importato per soddisfare il "menu consumistico" occidentale in ogni stagione.

Nel 1982 (mentre la norvegese Bruntland si apprestava a concludere il proprio rapporto) le esportazioni agricole nel mondo assommavano a 210 miliardi di dollari , di cui il 30% (circa 64 miliardi ) erano dovuti agli Stati Uniti, al Canada , all’Argentina, all’Uruguay, all’Australia e alla Nuova Zelanda. Questi paesi sono costituiti dalle zone più ricche di potenziale di fotosintesi di tutto il Pianeta e si estendono tra i 50° di lat.nord e i 50° di lat.sud, ovvero rappresentano l’area dove più elevato è il capitale biologico del nostro Pianeta e dove esso si riproduce con la massima efficienza e rapidità.

La geografia dello sviluppo mostra una contraddizione preoccupante nel prossimo futuro tra crescita dell’urbanizzazione e disponibilità di suoli rurali capaci di produrre cibo a sufficienza per tutti, tra l’uso delle zone naturali e rurali più produttive e più velocemente rinnovabili del Pianeta con l’avanzare dei suoli degradati dalla desertificazione e dalla progressiva aridità per l’impossibilità di accedere agli usi irrigui di tali terreni.

Il fascino che la corrente di pensiero che si riferisce alla decrescita ha conservato fino ad oggi (a partire dagli anni ’70 in cui fu sviluppata) apparirebbe giustificata dal preoccupante e minaccioso quadro che ci sta di fronte. Secondo tale corrente di pensiero, la critica radicale della nozione di sviluppo e l’incessante azione di "decostruzione" del pensiero economico si indirizzano a progettare una società utopistica dove i valori economici non siano più centrali (o unici). La meta indicata , "il dopo-sviluppo" delinea una netta incompatibilità con l’idea (propria di Daly e di Mumford )che lo sviluppo possa essere funzione di tre variabili, capitale di investimento, lavoro, capitale naturale e che l’obiettivo di uno “ sviluppo durevole, sostenibile “ , come sosteneva Serge Latouche nel manifesto del dopo-sviluppo (2005), non siano altro che innovazioni concettuali mistificatorie della stessa ideologia dello sviluppo.

Tuttavia l´economista Georgescu – Roegen, recentemente scomparso, sosteneva che "..materia e energia entrano nel processo economico con un grado di entropia relativamente bassa e ne escono con un’entropia più alta"; da ciò deriva la necessità di ripensare l’economia radicalmente rendendola capace di incorporare il principio dell’entropia e , in generale, i vincoli ecologici. Enzo Tiezzi approfondisce nelle sue opere più recenti lo stesso concetto "oggi, stiamo vivendo la transizione da un’economia da mondo vuoto ad un’economia da mondo pieno"…..e il Mondo sta passando da un’era il cui fattore limitante era quello prodotto dall’Uomo ad un’epoca in cui il fattore limitante è quel che rimane del capitale naturale.”

Sviluppo sostenibile significa quindi investire nel capitale naturale , nel riutilizzo e nel rinnovamento dello spazio costruito e urbanizzato senza ulteriore dilatazione della città e della metropoli, nel riequilibrio dei cicli bio-geochimici degli ecosistemi naturali e del paesaggio, nella riconversione di processi macroeconomici in cicli economici ecologicamente sostenibili perché capaci di riprodurre capitale naturale e di trasformare la qualità dello sviluppo.
Daly e Georgescu –Roegen prospettano uno sviluppo sostenibile nel quale vi sia sviluppo senza crescita del PIL, tradizionalmente calcolato tenendo conto solo delle due variabili classiche dell’economia, capitale e lavoro.

L’idea della decrescita o di una società “oltre lo sviluppo “non è distante dall’ipotesi di Walden Bello della “ de-globalizzazione”e presuppone, invece, una decrescita volontaria , consapevole e selettiva delle produzioni e dei consumi industriali, senza tener conto che oltre 2 miliardi e mezzo di persone su questo pianeta hanno ancora bisogno di accrescere anche quantitativamente i loro consumi e che la minaccia della crisi ecologica globale riguarda a breve distanza di tempo la produzione di cibo e l’accessibilità delle risorse idriche necessarie per l’economia rurale.

L’inversione sociale, che i teorici della decrescita propongono, richiede tempi molto lunghi per mettere al centro dell’economia "i valori d’uso creati e personalmente promossi dalla gente",come sosteneva Ivan Illich negli anni ’70 e come oggi una parte dei movimenti sociali contro la globalizzazione sostengono.
Da allora sono passati 35 anni, ed il nostro Pianeta non può più permettersi alcun rinvio nella conservazione dei suoli più produttivi per la produzione di cibo e per l’utilizzazione equa ed appropriata dell’acqua. Il tempo di progettare uno sviluppo sostenibile e durevole è ora, se vogliamo che la nostra civiltà non imbocchi il sentiero che portò nel 600 d.C il popolo Moche, nel nord del Perù, alla sua estinzione dopo trent’anni di alluvioni, cui seguirono trent’anni di siccità e 50anni di guerre civili per impossessarsi delle scarse risorse necessarie alla sopravvivenza di quel popolo.

Torna all'archivio