[14/05/2007] Recensioni

La Recensione State of the World 2007 del Worldwatch Institute

Che ci piaccia o no il nostro futuro sarà sempre più urbanizzato. L’anno prossimo, nel 2008, più della metà della popolazione del pianeta vivrà infatti nelle città. Parte da questo dato State of the world 2007, l’annuale rapporto sullo stato del pianeta del Worldwatch institute. La grande sfida per la sopravvivenza dell’umanità si gioca dunque nei centri urbani. Che come li ha definiti l’ecologo Eugene Odun sono “un incompleto sistema eterotrofo”, ovvero “un sistema dipendente da ampie aree limitrofe per l’ottenimento di energia, cibo, fibre, acqua e gli altri materiali”. Le città dunque – proporzionalmente al numero di abitanti, ma soprattutto alla loro possibilità economiche - consumano molto, inquinano altrettanto, producono quasi niente in termini di energia e di cibo, molto in termini di rifiuti. E quasi tutto il mondo le abita e le abiterà.

Per contrastare questa situazione già in atto e con conseguenze già sotto gli occhi di tutti, non c’è, e non ci potrebbe mai essere, una sola azione da mettere sul campo. Ogni area geografica, ogni paese, ogni singolo quartiere nel mondo rappresenta una realtà diversa. Con criticità diverse. Secondo il Worldwatch, però, bisogna che i governi del mondo si rendano conto che la battaglia della sostenibilità si gioca ora più che mai nelle città e non più solo nelle aree rurali. E non si parla solo dei Paesi in via di sviluppo. Ma anche delle città povere nate all’interno delle città ricche, pure in occidente. I quartieri desolatamente lasciati degradare dove sono tornati tutti quei problemi che in occidente credevamo fossero stati superati, a partire dall’acqua potabile, dalle fogne, dal poter mangiare stesso.

E’ qui che si ricreano situazioni insostenibili socialmente e ambientalmente e si genera anche la criminalità. Come sostiene Christopher Flavin, presidente del Worldwatch, le battaglie contro i problemi più gravi nel mondo, come la disoccupazione, l’Hiv, la penuria idrica, il terrorismo e il cambiamento climatico, si vinceranno o si perderanno nelle città. Riuscire a soddisfare i bisogni dei cittadini poveri è una delle sfide umanitarie più importanti che, non è altra cosa rispetto alla stabilità dei ghiacci che ricoprono i poli del pianeta. “E’ paradossale – dice sempre Flavin - che la battaglia per la salvaguardia dell’integrità degli ultimi ecosistemi non verrà combattuta nelle zone a rischio, come le foreste tropicali o la barriera corallina, bensì sullo sfondo dei panorami più innaturali che esistano sulla faccia della terra”. Che sono appunto le città.

Come dicevamo, in ogni parte del mondo si cerca di porre rimedio in modo diverso alle proprie carenze e problematiche. Piuttosto interessante è il capitolo dedicato alla ‘coltivazione delle città’. Si portano come esempi tre realtà apparentemente agli antipodi come Accra (Ghana), Pechino (Cina) e Vancouver (Canada), ma che hanno invece in comune l’impegno a risolvere un problema assai antico: produrre cibo. E come lo fanno? Adoperando ogni spazio, giardino sotto casa, tetti, terrazzi, cigli delle strade e quant’altro, per coltivare ogni genere di ortaggio. Una filiera cortissima, si potrebbe dire, motivata proprio dalle difficoltà di approvvigionamento. E’ una risposta che in tante zone sta dando buoni frutti in tutti i sensi, da vedere fino a dove si possa impiegare.

L’azione che invece può essere davvero applicata globalmente e senza apparenti controindicazioni è quella del risparmio energetico. Certo più facile da mettere in pratica dove ci sono le risorse economiche per farlo, anche se è pur vero che laddove i soldi non ci sono già si risparmia molto in questi termini. Così come – viene evidenziato nel testo - dove si consuma meno è chiaro che si producono meno rifiuti. Proprio a riguardo dei rifiuti viene sottolineato che sono “un’enorme fonte potenziale di energia”. Portando come esempi città dove si sfruttano i gas prodotti dalla discarica, altre dove si usano i digestori anaerobici, altre ancora dove si usano gli inceneritori, anche se la parola non viene mai usata (“Su scala più vasta – si legge nel rapporto – molte città dei paesi industrializzati tra cui Francoforte, Vienna e Zurigo, stanno convertendo i rifiuti in gas per estrarne energia”).

Non si registra invece alcun accenno diretto alla questione dei flussi di materia. Viene invece affrontata la questione della mobilità urbana, senza aggiungere però alcuna novità sia sui tragici numeri dei morti per malattie conseguenti all’inquinamento dell’aria, sia su quelli per incidente d’auto (più spesso pedoni che automobilisti).

Il rapporto non manca di apportare esempi positivi di mobilità sostenibile, cercando di far capire che un’altra strada è possibile. Il messaggio generale – pur nello sconforto di tante e difficili problematiche – è, infatti, di speranza e di invito all’agire subito da parte dei governi, ma anche da parte delle persone che hanno la possibilità di farlo.

Nessuno, come ricorda anche il rapporto, ha la bacchetta magica e l’unico approccio sensato è una visione olistica. Una visione, sostiene il Worldwatch, “fondata sulla collaborazione tra i vari settori e la sostenibilità della pianificazione urbana”. Non è sufficiente modificare il sistema dei trasporti, o tappezzare i tetti con pannelli fotovoltaici, o installare pale eoliche ovunque possibile, o coinvolgere i cittadini nelle decisioni se queste cose vengono fatte singolarmente. Serve tutto e serve una buona governance. Nel mondo, dice il rapporto, stanno emergendo due tipi di realtà urbana. Da una parte quella dei ricchi, imprigionati in quartieri blindati e con una lunga speranza di vita; dall’altra quello dei diseredati, che cercando di sfuggire alla povertà rischiando la vita tutti i giorni a casa, per strada e sul lavoro. Dobbiamo unire questi due mondi e spingerli verso un futuro sostenibile, o la popolazione urbana di domani non avrà alcuna possibilità di vivere una vita sana. E per farlo bisogna ben distinguere sviluppo e crescita. Crescita vuol dire diventare più grandi (e si sa che non si può crescere all’infinito); sviluppo vuol dire migliorare in qualità. Ogni azione deve essere compiuta secondo il criterio direttore della sostenibilità ambientale e sociale. Il paradosso, infatti, è che chi è povero subisce il peggio dei due mondi contrapposti: i rischi ambientali e sanitari del sottosviluppo e quelli dell’industrializzazione tipica dei paesi ricchi. Al contrario la sua impronta ecologica è minima, poiché usa pochissime risorse e produce ancor meno rifiuti.

Complessità, dunque, che si scontrano con la necessità di azioni cogenti e immediate per porre freno al declino del pianeta. Tante azioni già in corso persino nei paesi che più stanno inquinando, come gli Usa, dove ci sono esempi eccellenti di città sostenibili, oppure in Cina. Ma l’azione per essere efficace deve essere globale e il rapporto conclude segnalando i tre cambiamenti indispensabili per l’inversione di rotta: il primo è ripensare l’architettura in funzione non solo della città ma dei suoi abitanti; il secondo è la creazione di un sistema di banchmarking e controllo di risultati ottenuti, con particolare riferimento alla città, senza i quali non sapremo mai se si stanno facendo progressi né potremo confrontare gli effetti dell’uno o dell’altro intervento; terzo cambiamento, la necessità che il potere dovrà avere di ascoltare i settori più vulnerabili della popolazione, in particolare i giovani e le donne.

Superare tutti i Nimby, dice ancora il rapporto, e ammettere che tutti i prodotti dell’attività umana finiscono per accumularsi nel cortile di qualcun altro nonché nell’atmosfera che circonda tutti. In conclusione per il Worldwatch le pratiche da seguire per un mondo sostenibile sono collaborazione e inclusione. Con tutto quello che queste significano, dalla necessità di una governance mondiale al riorientamento dell’economia e del mercato verso la sostenibilità.

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