[10/05/2007] Urbanistica

Diversificazione non fa, per niente, rima con sostenibilità!

LIVORNO. Quantità e finitezza del territorio. Due concetti tutt’altro che astratti e che si ripropongono, in tutta la loro semplicità/complessità, quando si pongono come filtro di lettura di quanto sta accadendo in varie parte d’Italia, relativamente al grande tema del modello di sviluppo turistico adottato ( o rincorso) qua e la nel nostro Paese. Quanto sta accadendo a Venezia può essere un nuovo macroesempio. Oggi, infatti, il sindaco Massimo Cacciari lancia un grido di dolore dalle pagine di Repubblica spiegando che, pur in assenza di eventi di particolare richiamo, il contatore dei turisti ha toccato l’altro giorno quota 150mila, tre volte il numero di abitanti della splendida città lagunare.

«La situazione – sostiene – è drammatica, o creiamo nuove linee per il trasporto dei veneziani e raddoppiamo il numero dei vigili e gli addetti alle pulizie oppure non ce la facciamo». Si richiama alla necessità di combattere il virus del turismo mordi e fuggi ( che è anche quello di chi non può fare altro che "mordere e fuggire", fra l´altro, ndr) che contribuisce anche alla fuga dei residenti ossessionati dalla situazione, nei confronti della quale Confindustria indica un’altra via d’uscita: la nascita di una “Laguna Valley”, ovvero industrie hi-tech, innovazione, ricerca ecc. in modo da far tornare in non molti anni la popolazione ai numeri del passato tra i 100 e i 170mila abitanti. E pensare che il modello di turismo italiano è stato proprio costruito sulla necessità di "diversificare" le economie locali dalla presenza industriale, ovvero sul passaggio quasi tout court dall’industria ‘brutta, sporca e cattiva’ al turismo ‘bello, pulito e buono’.

Ma un grido di dolore arriva anche dall’Isola d’Elba dove il presidente del Parco Mario Tozzi invita i turisti a venire sull’isola a piedi o in pulmino (Il Tirreno di oggi). Le isole toscane scoppiano, dice Tozzi, tanto che proporrà per Capraia il divieto di sbarco alle auto durante l’estate. Due esempi ai quali si possono aggiungere certamente Firenze e Roma. E anche la Sardegna, dove per far fronte a questa situazione si punta alla tassa sul lusso che colpirà anche seconde case al mare, barche, aerei privati. Dunque si torna al tema iniziale: quantità e finitezza del territorio in rapporto a fruibilità e godibilità. Senza introdurre il criterio della sostenibilità questo modello di turismo, esattamente come per qualsiasi altro settore economico, non reggerà. E appare, anzi, paradossale che qua è la nei diversi territori si mettano in opposizione attività industriali (certamente da riconvertire ecologicamente) con modelli turistici acclarati come insostenibili.

A partire dalla valanga di seconde case che insistono direttamente sul mare all’erosione delle coste a seguito di escavi, moltiplicazione di porti, ecc... E per ancorare questa discussione nel modo più oggettivo possibile servono indicatori precisi. Gli strumenti –senz’altro migliorabili – già ci sono, dai bilanci alla contabilità ambientale, all’impronta ecologica. Se non vengono ritenuti all’altezza se ne possono scegliere altri che siano condivisi maggiormente e anche più efficaci. Ma di certo non ci si può affidare ad un dibattito che riduce la sostenibilità a semplice opinione. Sviluppismo cieco e negazionismo inconcludente si alimentano anche della mancata adozione di questi strumenti.

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