[10/05/2007] Comunicati

Servizi pubblici: l´Unione continua in uno stucchevole e ideologico dibattito

LIVORNO. Dopo l’accordo di gennaio con Rifondazione comunista sul testo di riordino dei servizi pubblici locali del ministro Lanzillotta (Nella foto), adesso si fa retromarcia e il decreto legislativo potrebbe andare alla discussione in aula, dopo le lezioni amministrative, senza un accordo di maggioranza. Il pomo della discordia rimane ancora legato al tema del tipo di gestione.

Secondo Grassi di Rc, «la Lanzillotta insiste nel dare carattere di residualità al pubblico rispetto agli affidamenti privati dei servizi pubblici locali, noi invece avvertiamo l’esigenza di migliorare il pubblico per rilanciarlo». C’è poi anche la questione della possibilità per i comuni dell’affidamento in house dei servizi (cioè senza gara) che nel testo Lanzillotta potrebbe essere utilizzata solo in particolari condizioni e che per Rc dovrebbe invece essere lasciato alla libera scelta delle amministrazioni.

Torna quindi alla ribalta la contrapposizione pubblico-privato come discrimine politico a prescindere, confondendo spesso il concetto di liberalizzazione con quello di privatizzazione, assai diversi tra loro e niente affatto sovrapponibili.

Sebbene la liberalizzazione economica sia infatti spesso associata con la privatizzazione, i due fenomeni possono restare quanto mai distinti e il processo che porta alla liberalizzazione di un servizio pubblico non è automaticamente sinonimo della privatizzazione di quel servizio: nulla vieta infatti che a concorrere alla gestione possa rimanere una azienda a intero capitale pubblico. Purchè, appunto per concorrere, ne abbia le caratteristiche. Il nodo vero è proprio questo: dentro il contesto dato, il mercato può aprirsi e premiare chi può garantire efficacia ed efficienza nel servizio. E questo è appunto il tema su cui sarebbe interessante che si aprisse la discussione, per individuare quali sono le criticità vere e reali del sistema attuale che impedisce nei fatti che i servizi pubblici riescano a garantire al cittadino criteri di efficienza , di efficacia e di economicità, a prescindere dalla forma societaria, pubblica, mista o privata che sia. Ovvero quali sono i criteri ( e i vincoli) di governo necessari perché questo possa essere garantito, quali i processi da mettere in atto per aprire alla liberalizzazione e, magari passare anche da questa alla democratizzazione del servizio, quali le misure da adottare per evitare sperequazioni soprattutto nei settori dove più facilmente si possono ingenerare criticità nella gestione di beni pubblici quali ad esempio l’acqua, (come ben sottolineato dal primo e dal secondo articolo della legge Galli).

Già l’acqua: che manca, che viene sprecata, l’acqua che o viene pagata troppo o troppo poco. Il primo è il caso, spesso, delle tariffe sull’acqua potabile (in cui va senza dubbio rivisto il sistema che prevede la piena remunerazione degli investimenti a carico del sistema tariffario). Il secondo è il caso dell’acqua erogata all’agricoltura che viene contabilizzata a forfait e non a consumo e che, spesso, serve per irrigare colture che vanno in eccedenza e che percepiscono sussidi pubblici per essere per questo, spesso, messe al macero.

L’acqua per cui la cultura dominante, in passato come oggi, continua a pensare a grandi opere di regimazione e dighe per garantirsi l’approvvigionamento (elettrico, irriguo e potabile) e che continua- anche quando si dichiara l’emergenza per la siccità, che colpirà il paese nei prossimi mesi e che già è realtà nei grandi bacini come quello del Po - a dimenticare la vera grande opera necessaria: la manutenzione e la ristrutturazione delle reti. Per evitare che la sempre più scarsa risorsa, magari raccolta in invasi costati ingenti capitali pubblici, venga poi persa per strada, come succede in percentuali via via crescenti ogni anno che passa.

Cultura quella della ricerca e del mantenimento dell’efficienza di cui scarseggia, come l’acqua, il nostro paese, la politica di governo locale e nazionale. Concetti quello della manutenzione e del mantenimento dell’efficienza, che si ignorano totalmente anche quando si discute di questioni importanti come il riordino dei servizi pubblici locali, dove il problema lo si affronta dall’ultimo anello, dimenticando impropriamente il primo: l’efficienza delle reti. Siano esse quelle acquedottistiche come quelle viarie o ferroviarie piuttosto che quelle delle comunicazioni e dell’energia.

E quando si parla di opere strategiche per il paese, del cui ritardo nella realizzazione, un ministro (Di Pietro) accusa un altro (Pecoraro Scanio) di «vischiosità che attengono alle procedure di valutazione ambientale e paesaggistica», nell’elenco non compare nemmeno uno stralcio di qualche centinaio di metri di acquedotti. Perché in piena emergenza idrica, tanto che si prevede di dare poteri di commissario ai presidenti delle Regioni per farvi fronte, naturalmente la sistemazione della rete degli acquedotti, che perde la metà dell’acqua che distribuisce, non è prioritaria.

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