[19/04/2007] Comunicati

E invece si! La politica deve orientare l´economia!

LIVORNO. La vicenda in corso che riguarda la vendita della società Telecom ha riproposto il dibattito di come e se la politica debba porsi in maniera sovraordinata all’economia o se l’economia deve essere lasciata libera di agire in un mercato globale.
Al di là del fatto se abbia torto o ragione chi sostiene che la garanzia del controllo pubblico sulle reti di telecomunicazione sia un elemento strategico per un paese, o se il problema sia invece l’assenza di imprenditori nazionali in grado di investire su un settore come questo o se infine il governo ha avuto un atteggiamento troppo o poco protezionista, il tema che fa riflettere a partire da questa questione e che attiene più specificamente a ciò che interessa questo quotidiano, ovvero la sostenibilità, è il fatto che per avviare una concreta riconversione ecologica dell’economia, è ormai una certezza che debba esservi una azione della politica che sia sovraordinata all’economia.

Solo un contesto economico regolamentato in modo tale da sostenere un nuovo tipo di progresso tecnologico in cui l’obbiettivo del raddoppio del benessere è accompagnato dal dimezzamento dell’uso delle risorse, dei kilowattora e dell’uso dei materiali, e dalla tendenza alla diminuzione degli scarti (rifiuti ed emissioni) potrà vincere la sfida della sostenibilità che tenga conto dei problemi (ormai conclamati e condivisi) di cui il pianeta soffre.

Solo un sistema di mercato che venga orientato dalla politica attraverso strumenti di indirizzo e con l’ausilio di regole specifiche potrà indirizzarsi verso una economia sostenibile. E questo vale sia per i governi locali sia, e con maggior evidenza, per il governo globale. Ce lo ha dimostrato in questi mesi recenti il dibattito che si è innescato attorno al tema dei cambiamenti climatici. Un dibattito in cui gli economisti richiamano la necessità di riorientare l’economia verso un cambiamento ecologico, a partire dai fabbisogni energetici e delle materie prime (elementi basilari) ma che affronti anche il tema della distribuzione ineguale delle risorse e soprattutto del loro utilizzo ineguale.

Ma oltre agli economisti sono le corporation, lo stesso gotha dell’economia mondiale riunito a Davos, la finanza, a chiedere regole che sollecitano i governi a varare riforme più stringenti per contenere il fenomeno del global warming ed orientare gli investimenti in innovazione, e che denunciano quindi che il mercato da solo non può essere in grado di auto-orientarsi verso la sostenibilità.

Al deficit del mercato è quindi necessario far fronte con politiche di regolamentazione, attraverso le quali declinare e rendere cogente una strategia politica. Che deve esserci. Che non può esimersi dall’esserci. Pena, come ha dimostrato il rapporto Stern, un vulnus proprio a quel totem della crescita economica.

Disincentivi ed incentivi finanziari (ecotasse e contributi orientati) sono le leve possibili ed esempi concreti di come la politica può “usare” il business, piegandolo verso l’obiettivo della sostenibilità ( che è, anche, durevolezza) dello sviluppo.
Ma sarà comunque un mix di politiche trasversali (tra cui la ricerca orientata ha un peso decisivo)ad offrire maggior vantaggi che non i singoli strumenti.

E se è indubbio che vi siano anche esempi spontanei di aziende che hanno colto l’occasione di intraprendere la via dell’ecoefficienza per trovare nuovi mercati ed assicurarsi quindi una posizione di competitività, sarebbe troppo ottimistico pensare che in generale le imprese potranno intraprendere da sole la via dei questi “nuovi mercati”. E lo dimostrano proprio chiedendo regole alla politica.

Una regolamentazione, una governance locale nazionale e globale indirizzata alla riconversione ecologica dell’economia è quindi indispensabile (anche se non sufficiente) perché la via dell’ecoefficienza possa essere finalmente e definitivamente imboccata senza più alcun indugio. Continuare a discutere, astrattamente e ideologicamente, su dirigismo e/o autonomia del mercato è, questo davvero si, far rimanere il confronto impantanato sulle categorie del secolo scorso. Magari chiamando moderno quello che Adam Smith considerava "primitivo".

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