[11/04/2007] Consumo

Le molte facce dell´insostenibilità dell´edilizia

LIVORNO. L’ennesima morte bianca in Toscana nella notte di Pasqua ha fatto crescere il drammatico elenco dei caduti su incidenti sul lavoro, che vede dall’edilizia un contributo particolarmente pesante. Lo dicono i dati della Fillea Cgil, lo conferma l’inchiesta fatta da Paolo Berizzi, giornalista di Repubblica che si è spacciato manovale per poter toccare con mano cosa avviene nei cantieri edili.

In Italia il settore edile dà lavoro a un milione e 200mila operai, ma solo la metà di questi sono regolari. Ma si fa per dire perché anche all’interno dei cosiddetti regolari vi sono molti che sulle 250 ore mensili lavorate ne vedono retribuite in busta paga solo 80. La quantità di evasione fiscale nel settore ammonta a 6 miliardi di euro.

Nel 2006 la Fillea Cgil ha registrato la morte di 258 persone, con il rischio che questo dato sia in difetto a causa della difficoltà di reperire notizie sugli infortuni sul lavoro. Lo stesso Inail dichiara che a fronte dei dati ufficiali, circa 200mila infortuni non sono denunciati perché accaduti durante lavoro in nero.

Gli infortuni anche mortali colpiscono principalmente lavoratori stranieri, spesso minorenni, la cui presenza nel settore delle costruzioni è in continuo aumento, arrivando in alcune realtà al 50-60% della forza lavoro e con una crescita negli ultimi anni del 400%.

Sono i meno pagati, inquadrati a livelli più bassi, spesso senza alcun tipo di professionalità e qualificazione, ricattati per pochi euro al giorno, sono quelli più esposti al rischio infortuni.

Questo è il drammatico retroscena dell’industria del mattone, motore trainante dell’economia del nostro Paese degli ultimi vent’anni, con un mercato immobiliare che ha chiuso nel 2006 con un bilancio di 900mila compravendite. Dal 1999 al 2005 il comparto è aumentato complessivamente del 23% contro una crescita del Pil al 8,6%, a dinmostrazione che senza l´edilizia l´Italia avrebbe conosciuto una vera e propria recessione.

La casa (non nel senso della prima!) per la maggior parte degli italiani resta l`investimento più sicuro. Il territorio urbanizzato è cresciuto nel decennio 1990-2000 del + 0,6% in Italia ed ha riguardato molto poco interventi intesi come opere pubbliche e infrastrutture e molto invece la realizzazione di edilizia privata, a fronte di un arresto della crescita demografica. Quindi un edilizia che si è spinta sulle seconde case, alimentando una trasformazione verso la rendita più che verso il reddito. Chi ci guadagna è infatti il mercato immobiliare, rispetto a quello edile.

E i dati della Fillea Cgil sono piuttosto espliciti al riguardo. Una trasformazione della nostra economia che ha visto un progressivo abbandono della politica industriale attorno agli anni 80-90 che ha seguito il declino delle fase delle grandi opere pubbliche - su cui si sono lette anche pagine vergognose della nostra storia per corruttele e denari pubblici buttati al vento - puntare la barra della crescita sul mattone.

Un processo che ha interessato l’intero paese e anche la Toscana, che ha subito il progressivo processo di deindustrializzazione in maniera piuttosto passiva, senza incentivare l´innovazione di processo e la riconversione ecologica dei processi produttivi esistenti nè innescando le filiere della sostenibilità, come ha fatto la Germania attraverso l´industria ambientale creando nuovo lavoro.

In questo processo anche l’ambientalismo ha avuto la sua parte. Dopo aver combattuto un modo di fare industria impattante e obsoleto, anche in parte del mondo ambientalista si è diffusa l’idea e la cultura che industria fosse, a prescindere da tutto, sinonimo di uno sviluppo sbagliato per il territorio. E gli sforzi per cercare di riconvertire le grandi opere pubbliche in opere di manutenzione del territorio e di piegare l’economia del mattone in riqualificazione urbanistica dell’esistente, volta anche ad una maggiore efficienza energetica, non hanno prodotto gli esiti sperati. La parola magica della diversificazione, in opposizione alle ciminiere fumanti, ha in qualche caso colto nel sonno anche l´ambientalismo.

Ben vengano allora gli interventi del governo per incentivare la riqualificazione energetica degli edifici perché questo potrebbe avere anche un ritorno interessante in termini di minor volumetria ex novo realizzata e in termini di maggiore qualificazione della manodopera, che significa anche maggiore qualificazione e formazione dei piccoli imprenditori, con un indiretto maggiore controllo sulle attività che questi svolgono, che significa alla fine della catena anche (forse) una minore evasione fiscale e maggiore qualità delle condizioni di lavoro.

E potrebbe essere un buon contributo per frenare l’attuale consumo di territorio, riconvertendo da quantità a ristrutturazione e per ottenere una maggiore qualità nel settore edile, sia per i materiali usati, che nei manufatti prodotti. Tutto questo non può comunque prescindere dalla qualità delle condizioni di lavoro, che vedono nel settore edile – attualmente- una piaga sociale tanto vergognosa quanto insostenibile.

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