[05/03/2007] Consumo

Mentre il turismo cresce la crescita rallenta?

VIAREGGIO (Lucca) – Quando si dice turismo toscano si pensa a Firenze e Siena, ma è la costa ad attirare il 39,6% di tutte le presenze turistiche della regione contro il 35,2% delle città d’arte. Il mare di Toscana ha avuto 16 milioni e 352 mila presenze nel 2006, dei quali 11 milioni e 580 mila italiani, una sostanziosa ripresa, dopo i cedimenti del 2004 e 2005 del turismo alberghiero straniero (-20%) ed italiano (-4,7%), compensato dalla crescita dell’extralberghiero che portava il calo totale al 4,9%.

Una ripresa, più che di politiche turistiche innovative sembra effetto del cambio stabile dell’euro e del rallentamento dei prezzi, ma anche degli attentati in Egitto e Turchia, paesi che con Spagna, Croazia sono i nostri concorrenti mediterranei. Ma nonostante la crescita, a Viareggio, nel secondo seminario di preparazione alla conferenza regionale del mare, che si svolgerà a giugno a Livorno, la parola chiave risuonata è stata competitività. Sembra che a fare più paura delle polemiche sulla cementificazione e lo sfruttamento delle risorse siano i nostri concorrenti nazionali ed internazionali, e la nuova ossessione del rapporto qualità-prezzo sembra più riferita ai servizi, alla logistica e all’accessibilità che al mantenimento della qualità della materia prima sulla quale si basa il turismo: l’ambiente e il paesaggio. Eppure già oggi la Toscana per strutture turistiche è seconda solo all’Emilia Romagna dove l’industrializzazione di questo settore economico ha raggiunto vette mondiali.

«A volte ci sentiamo sistema, ma non agiamo come tale – ha detto l’assessore regionale al turismo Anna Rita Bramerini - La Toscana non può più permettersi di vivere di rendita».
L’assessore alle politiche del mare Giuseppe Bertolucci non si è sottratto a ripetere il mantra della semplicità difficile a farsi: «integrarsi e cercare di destagionalizzare i flussi turistici soprattutto estivi, integrare il mare con l´entroterra, sfruttare meglio l´escursionismo nautico, offrire itinerari sportivi e culturali, promuovere il turismo verde e sostenibile. In una parola diversificarsi».

Ma la realtà turistica degli oltre 633 km di costa toscana appare un po’ più ingessata e meno disposta ad una innovazione reale, tra rendite di posizione ed economiche, privilegi consolidati e con molte situazioni dove i dati ufficiali sono solo la superficie di un’economia spesso sommersa e che si basa sul fenomeno diffuso delle seconde case che si pensa raccolgano altri 44 milioni di presenze, che insieme a milioni di diportisti, hanno un impatto sull’ambiente ed il territorio che spesso non è considerato.

A Mettere i numeri in fila ci hanno provato l’università di Pisa e l’Irpet: il turismo balneare interessa 5 Province e 35 Comuni con 1milione e 151 mila residenti; 900 stabilimenti balneari e 1540 concessioni demaniali a fini turistici. Ma la fascia costiera è anche l’area della Toscana dove il benessere e il Pil procapite sono più bassi rispetto al resto della regione: 24 contro la media regionale di 27,6 e il 26,5 delle province interne, mentre ad un minore tasso di occupazione (42% contro il 47,6% toscano e il 49,8 dell’entroterra) corrisponde una produttività più alta: 57% contro il 55,3% toscano. Dove già oggi l’economia turistica è predominante, ad eccezione della Val di Cornia, si importano quasi tutte le risorse e si produce ed esporta pochissimo, così mentre il turismo cresce la crescita rallenta. Anche se le differenze sono palpabili: Massa Carrara ha il record della disoccupazione mentre l’Arcipelago toscano ha il più alto saldo turistico ed uno dei redditi pro-capite più alti della regione.

«E’ la spia – dice Lorenzo Bacci, il ricercatore dell’Irpet che ha presentato l’interessante ricerca - di una popolazione più vecchia ma anche più scoraggiata». Eppure l’immagine che si ha del turismo è quella di un’attività “giovane”, dinamica. E’ invece un fenomeno complicato, tanto che il ricercatore dell’Irpet dice che quella che viene comunemente chiamata da anni industria turistica «non è un vero e proprio settore. Comprende e coinvolge al suo interno varie attività economiche. E non è neppure il pilastro principale dell’economia toscana: pesa infatti sul Pil per il 7,1%. Ciò non toglie che per alcune realtà locali, come la costa, sia il principale motore dello sviluppo».

La ricetta dell’assessore Bramerini è quella di «utilizzare il mare e il balneare come un biglietto da visita per un turismo che può tornare nel resto dell´anno Dobbiamo aiutare le imprese che si mettono in rete. E lo faremo, con il nuovo piano regionale di sviluppo economico. Dobbiamo investire su logistica ed accessibilità. Dobbiamo meglio integrare promozione e commercializzazione, perché fare depliant, costruire portali su internet, andare alle fiere non basta più. Occorre che Regione e territori si coordinino infine nella promozione, andando laddove la domanda è in crescita (in Russia ad esempio) e per questo anticipare a giugno la pubblicazione del nostro piano di promozione».

Intenti condivisibili, ma il rischio è quello di una banalizzazione del turismo costiero, di riproporre l’offerta turistica steoritipata delle villette a schiera, con la costa a fare da trampolino di lancio per il turismo nautico con le isole viste come boe di sosta e giro, mentre i dati mostrano la necessità di distribuire meglio e reinvestire la ricchezza prodotta e di combattere la rendita parassitaria di un enorme parte del comparto, quella extralberghiera, che sfugge addirittura a qualsiasi controllo e non produce né ricchezza visibile né, con una estesa evasione fiscale, partecipa a migliorare la qualità dell’offerta e dei servizi, all’innovazione infrastrutturale ed anzi, incide pesantemente sul mantenimento della qualità ambientale di cui la costa ha bisogno per continuare ad essere turisticamente appetibile.

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