[22/02/2007] Comunicati

Global warming, le multinazionali chiedono regole più stringenti

LIVORNO. Siamo davvero di fronte al rovesciamento dell’era liberista? Viene da chiederselo leggendo gli appelli che ancora oggi dalle pagine dei giornali vengono da parte di alcune multinazionali e anche dal Wto, di regole più stringenti da parte della politica, per evitare di andare incontro ad una crisi altrimenti inevitabile del pianeta.

Dopo l’annuncio fatto in occasione del forum economico di Davos, ieri un gruppo costituito da quasi 100 multinazionali ha firmato un documento nel quale si chiede ai governi del mondo di prendere iniziative per limitare le emissioni di gas serra, considerato un atto necessario “per proteggere l’ambiente e l’economia globale”.
Nel documento firmato da questi colossi, tra cui anche Eni, che partecipano al cosiddetto “Global roundtable”, che comprende anche associazioni ambientaliste centri di ricerca e università, si parla impegni diretti di farsi carico delle proprie responsabilità in questa partita. Ma soprattutto si fa richiesta ai governi del pianeta di unirsi nella lotta contro il global warming con il “drastico ma realistico” obiettivo di tagliare il livello delle emissioni entro il 2050. E a farlo dovrebbero essere innanzitutto i paesi più ricchi che hanno responsabilità maggiori e da più tempo come inquinatori.

Non solo, ma nel documento firmato ieri si chiede ai governi di intervenire sulla politica economica per promuovere l’efficienza energetica, incentivare l’uso delle rinnovabili e in generale per diminuire la dipendenza dalle fonti fossili legate al carbonio.
Ma anche un articolo pubblicato oggi su la Repubblica, del direttore dell’organizzazione mondiale del commercio, non fosse altro per cercare di rianimare con una boccata di ossigeno l’organismo che dirige, ormai agonizzante (e non per le proteste del movimento antoglobalizzazione), richiama la necessità di una governance mondiale che si rifaccia agli elementi di uno sviluppo sostenibile.

«Con una allocazione più efficiente delle risorse, incluse le risorse naturali, su scala globale attraverso la continua riduzione degli ostacoli al commercio» dice Pascal Lamy, ma con l’obiettivo che proprio attraverso i negoziati si escluda il rischio di andare verso una crescita economica illimitata, senza controlli, e che non faccia i conti con l’ambiente. Insomma anche da parte del Wto (che evidentemente non può non tenere conto dei fallimenti registrati da Seattle in poi) si chiede di intervenire con regole per dare stabilità al pianeta dal punto di vista ambientale e quindi sociale.

D´altra parte è facilmente comprensibile come rapporti di forza fortemente sbilanciati nello scenario economico globale finiscano per determinare - in mancanza di regole etiche di controllo sui salari minimi, sul rispetto dell´ambiente, sulle regole sindacali ecc. - il soccombere delle economie in difficoltà nonostante le oggettive potenzialità produttive, di risorse umane e naturali.
Ma quello che fa riflettere è che queste domande vengano da parte di chi ha teorizzato sino ad ora la necessità di lasciare il mercato scevro di regole e controlli perché in grado di autocontrollarsi e di garantire con la sua espansione illimitata, lo sviluppo futuro del pianeta.

Una coscienza del “problema pianeta” cui fa seguito una domanda di regole stringenti da parte della politica, di governance a livello planetario, che alludono ad un ruolo del mercato e dell’economia non più sovraordinato ma subordinato al ruolo della politica. Una politica che dimostra però di non essere all’altezza di fornire risposte a questa domanda e men che meno di riprendere il ruolo che le è proprio.

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