[20/02/2007] Energia

Riconversione zuccherificio, Legambiente: «Serve impianto più piccolo e più innovativo»

FIRENZE. Sul progetto di conversione dello zuccherificio di Castiglion Fiorentino, interviene Legambiente Toscana con un commento a firma del direttore Fausto Ferruzza e del Responsabile agricoltura non food Beppe Croce.

«Le agrienergie – spiegano - potenzialmente sono una grande opportunità per la nostra autonomia energetica, per la nostra agricoltura e soprattutto per mitigare la principale minaccia ambientale di questi anni, ossia i cambiamenti climatici dovuti all’effetto serra. Ma i benefici di questa fonte energetica sono legati a determinate condizioni, senza le quali il suo impiego può rovesciarsi in un danno ambientale e addirittura in un aumento dell’effetto serra e in un danno all’agricoltura e agli ecosistemi».

«Le dimensioni e le caratteristiche – entrano nel merito - del progetto di centrale proposto da Eridania Sadam a Castiglion Fiorentino, non soddisfano a nostro parere queste condizioni. Ricordiamo che si tratta di un impianto della potenza di 50 MW elettrici, alimentato per metà a biomasse solide, ossia legna o residui secchi erbacei ridotti in scaglie (cippato), e per metà a biomasse liquide, ossia olio vegetale».

«L’impianto proposto – proseguono - ha un fabbisogno annuo di 40mila tonnellate di olio vegetale per la parte liquida, e di 240mila tonnellate di cippato per la parte solida. Un quarto del fabbisogno di olio, ossia 10mila tonnellate, proverrebbe da girasole dell’agricoltura locale e il resto da dove Sadam riterrà più conveniente. Mentre per la parte solida, l’approvvigionamento sarebbe tutto locale. Il progetto prevede dunque che tre quarti della biomassa liquida provengano da lontano, quasi certamente da paesi tropicali. L’approvvigionamento di materia prima da grande distanza, oltre ad aggravare il bilancio energetico coi trasporti e a non portare alcun beneficio alla nostra agricoltura, rischia di fallire l’obiettivo primario di sostituzione dei combustibili fossili: mitigare i fenomeni responsabili dei cambiamenti climatici, ossia le emissioni di gas serra».

«In linea di principio – aggiungono - infatti l’uso energetico della biomassa vegetale, in quanto accumulatrice di carbonio durante il suo ciclo di vita, può migliorare notevolmente il bilancio di emissioni di anidride carbonica, gas responsabile per 2/3 dell’effetto serra. Ed è su questo assunto che paesi come l’Olanda hanno deciso un ampio ricorso ai biocarburanti vegetali, sviluppando già da anni una serie di impianti di dimensione analoga a quella ipotizzata da Eridania Sadam. Come materia prima hanno puntato all’importazione massiccia di olio di palma, che costa assai meno dei nostri oli vegetali. Ma la nuova fame mondiale di agroenergie ha scatenato la rincorsa nei paesi tropicali – vedi Indonesia (tuttora principale fornitore olandese), Malaysia, Brasile o Paraguay - a sviluppare coltivazioni intensive di palma, disboscando ampie aree forestali e bruciando i residui su terreni torbosi, ricchi di carbonio».

«Anche la scelta di un approvvigionamento locale – continuano - pone limiti di sostenibilità. Che impatto possono avere sul tradizionale paesaggio rurale della Valdichiana, che rappresenta anche una risorsa turistica di prestigio mondiale, queste migliaia di ettari di pioppete tagliate a raso ogni due anni per alimentare una caldaia? Noi riteniamo che la riconversione energetica dello zuccherificio possa avvenire con un impianto di dimensioni molto più limitate – in grado di essere alimentato con un prelievo sostenibile di biomassa in un raggio massimo di 40-50 km – e con una logica di processo innovativa. I grandi industriali, da Marcegaglia a Maccaferri, abitualmente obiettano che sotto una certa soglia la produzione di elettricità da biomassa non rende».

«Ma è proprio questo il punto debole e senza prospettiva del progetto Sadam come dei progetti di grandi impianti analoghi. Non ha senso per un paese come il nostro, con risorse agricole limitate e ad alto costo, coltivare biomassa semplicemente per buttarla in una caldaia. Lo può fare correttamente una cooperativa di contadini o una comunità di montagna in piccoli impianti per l’autosufficienza energetica. Lo stesso si può cominciare a fare con le colture agricole. Usare olio di girasole o di brassica prodotto in Italia per bruciarlo o farne biodiesel può essere solo il punto di partenza di un progetto industriale. Ma se oltre all’olio combustibile – concludono - , si progetta di valorizzare i principi attivi di alcune specie o i composti proteici di altre o si progetta di usare la glicerina come base per altre molecole intermedie di interesse chimico-farmaceutico, allora si cominciano a costruire valide alternative alla petrolchimica, nuove conoscenze e valore aggiunto per il paese. E soprattutto si può ragionare su reti di impianti a scala territoriale».

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