[07/02/2007] Energia

Il nucleare ha ancora molto da imparare

Il dibattito sul nucleare come fonte energetica alternativa continua.

Non solo sulle pagine di greenreport, ma oggi prende forza anche sui quotidiani nazionali in carta stampata, per una apertura da parte del responsabile energia dei Ds Antonello Cabras e delle dichiarazioni della vicepresidente di Confindustria Emma Marcegaglia.

Entrambi convinti che per ottemperare ai protocolli di Kyoto ed evitare al contempo una dipendenza dal gas, il sistema energetico italiano non possa fare a meno di ripensare al nucleare, che ha invece abbandonato con il referendum del 1987. La levata di scudi all’interno della maggioranza non si è fatta attendere, e sia dagli stessi Ds, che dalla Margherita e dai Verdi la risposta è stata netta. No. Al massimo si continui a studiare.

Del resto da studiare c’è ancora molto, perché come appare evidente anche dal dibattito che si è svolto sul nostro giornale, siamo ancora a livello di ricerca sia per quanto riguarda il problema scorie sia per quanto attiene alla sicurezza.

Stessa cosa riguarda la tecnologia che potrebbe essere in grado di far abbattere i costi al pari di altri sistemi di approvvigionamento energetico, costi che ora come ora sono superiori se considerati su tutta la filiera e non solo su quelli di impianto.

Detto questo però è evidente che il tema di come far fronte al problema della domanda energetica e al contempo della necessità di intervenire per frenare i cambiamenti climatici, è “il problema”. Bisogna infatti fare i conti con quanto ci chiede l’Europa, ovvero ridurre entro il 2010 le emissioni di gas serra del 20% rispetto ai livelli del 1990, che per noi significa del 33% rispetto ad oggi. Dal momento che anziché ridurre del 6,5% abbiamo aumentato i nostri livelli di emissione del 13%. E dal momento che oggi consumiamo circa 200 milioni di tep (tonnellate equivalenti di petrolio) all’anno.

Fatti salvi e tenuti come priorità quindi il risparmio di energia e l’efficienza dei processi di produzione energetica, per riuscire almeno a stabilizzare gli attuali consumi e andare via via a diminuirli, e la necessità di incoraggiare la realizzazione di energie alternative basate sul sole e sul vento, è però assolutamente reale il tema di come fronteggiare la fase transitoria.

Tolto il carbone che utilizzato con le tecnologie attuali produce il doppio delle emissioni di anidride carbonica rispetto al metano, e per cui i processi di cattura delle emissioni di CO2, sono ancora alla fase di sperimentazione, è evidente che il metano e le biomasse rappresentano le fonti su cui dover puntare.

Tenendo certamente in chiaro il fatto che pensare a queste risorse come fase transitoria non significa automaticamente che sia in termini di quantità che di localizzazione qualsiasi impianto vada bene a prescindere.

Scaroni, il presidente di Eni, dall’Aspen di Washington dichiarava che ben 15 rigassificatori sarebbero necessari. Da parte ambientalista si dice che ne sarebbero sufficienti circa la metà. Ma la questione della definizione di quanti impianti di rigassificazione risultano necessari e di dove sia necessario realizzarli, non sono certo questioni di poco conto. Quando poi questi impianti si devono localizzare sul territorio. Come non è indifferente la loro concentrazione su un territorio piuttosto che un altro.

Cominciare con il sapere quanti impianti sono necessari e dove vanno realizzati, aiuterebbe senza dubbio – se non a placare le proteste degli irriducibili sostenitori del no a qualsiasi cosa, salvo però sciorinare i numeri delle catastrofi imminenti- almeno a fare chiarezza su quale vuole essere la politica energetica del nostro paese e quale il patto che si vuole fare con le rappresentanze del governo locale. E sarebbe già un buon inizio.

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