[23/01/2007] Aria

Arpat: in futuro potrebbero essere monitorate le nanopolveri

LIVORNO. Continuiamo l’approfondimento sul monitoraggio dell’aria da parte dell’Arpat (vedi articolo precedente) con altre domande a Roberto Gori, direttore tecnico.

Quali dati vengono raccolti?
«La strumentazione presente nelle centraline provvede al rilevamento degli inquinati di cui la normativa ha fissato gli standard di qualità. Alcuni di essi, come ossido di carbonio (CO), anidride solforosa (SO2), ossidi di azoto (NOx), ozono (O3) e particolato inferiore a 10 micron (PM10) vengono monitorati con strumentazione automatica, altri come benzene e IPA, mediante tecniche analitiche non automatizzate.

Generalmente, i valori rilevati mediante analizzatori automatici vengono espressi in medie orarie, il PM10 e quelli rilevati manualmente vengono espressi in medie giornaliere. Dalle medie orarie possono essere calcolate medie di otto ore e giornaliere. Dalle medie giornaliere possono essere calcolate medie di più lungo periodo, tipicamente quelle annuali e può essere determinato il numero di superamenti.»

Qual è la percentuale di errore?
«L’errore associato alle misure di qualità dell’aria è variabile in funzione di molti parametri ma, di norma, è ritenuto accettabile se si mantiene nell’ordine del 10%».

Giusto monitorare le PM10 e le PM2.5 o sarebbe necessaria anche la misura delle nanopolveri?
«Dagli albori del monitoraggio dell’inquinamento atmosferico, il particolato (le c.d. polveri) sospeso in atmosfera è stato considerato uno dei principali parametri. Fino alla metà degli anni ’90 veniva campionato e determinato il particolato totale sospeso (PTS) ovvero le polveri con diametro aerodinamico fino a 100-150 micron (quelle più grossolane non rimangono sospese a causa del loro peso). Successivamente, considerazioni sulla fisiologia dell’apparato respiratorio umano hanno fornito l’indicazione della maggiore utilità della misura della sola frazione di particolato con diametro aerodinamico inferiore a 10 micron ovvero quello inalabile. Da poco tempo si è valutato opportuno porre attenzione alla misura della frazione fine ovvero del PM2.5 che è in grado di penetrare nell’apparato respiratorio dai bronchi fino al tessuto polmonare mentre la frazione compresa fra 2.5 e 10 micron rimane il primo tratto delle vie aeree superiori (naso, bocca) e quindi con scarsa rilevanza sul piano sanitario. Per questo motivo è in corso di approvazione una nuova direttiva europea che fisserà lo standard di riferimento per il PM2.5 in aggiunta allo standard in vigore per il PM10».

«Recentemente – continua Gori - si è molto parlato di nanopolveri. Con tale termine si intende la frazione di particolato con diametro aerodinamico inferiore a 0,1 micron pari a 100 nanometri (1 nanometro = 1 miliardesimo di metro). L’interesse del nanoparticolato nasce da evidenze sperimentali sul passaggio diretto nelle cellule del sangue di particelle di questa dimensione, passaggio che determinerebbe la possibilità di interazioni dirette a livello di organi ed apparati. Misure di concentrazione di nanopolveri in aria non sono al momento disponibili o non lo sono in maniera adeguata a stabilire associazioni con risultanze epidemiologiche. E’ possibile che, al fine di acquisire più approfondite conoscenze, sia utile avviare indagini anche su tale frazione di particolato. Per condurre in maniera sistematica indagini ambientali di tale tipo sarà però necessario cambiare totalmente le tecniche di rilevamento in quanto gli strumenti tradizionali, che misurano la massa delle polveri campionate, non avrebbero la sensibilità adeguata. Dovrà essere rilevato il numero di particelle per volume di aria. Ad oggi, gli strumenti in grado di contare particelle di dimensioni nanometriche sono estremamente costosi e di difficile utilizzo in reti di monitoraggio, anche per la limitata affidabilità nel funzionamento in continuo».

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