[23/01/2007] Comunicati

L´assicurazione sui danni ambientali è un bene che non ci rassicura

LIVORNO. Quando intervengono finanza e assicurazioni probabilmente vuol dire che non è solo catastrofismo quello che i rapporti sulle conseguenze del surriscaldamento del pianeta indicano per il futuro: il segnale è che gli effetti sono già in atto. Del resto già i danni prodotti dall’uragano Kirill sono una realtà e indicano cifre da capogiro: 8 miliardi di euro sono le prime stime, ma non è ancora possibile definire con esattezza cosa è contabilizzato in questa prima cifra.
Sono solo danni alle infrastrutture e risarcimenti a chi li ha subiti? O sono previsti per esempio anche i danni all’ecosistema prodotti dalla perdita di carburante dalla nave colpita dalla tempesta nel mezzo del canale della Manica?

La risposta in questo caso appare scontata, dal momento che non esistono ancora modalità per contabilizzare il valore economico del capitale naturale e quindi per poter computare i danni ad esso prodotto.
Ma è indubbio che le assicurazioni si stanno già muovendo e non da solo da adesso per offrire polizze riguardo ai nuovi rischi ambientali. E hanno già allacciato rapporti stretti con il mondo finanziario, tanto che nello scorso anno sono più che raddoppiate le emissioni di titoli con cui le compagnie assicurative hanno ceduto parte dei propri rischi legati alle catastrofi ambientali, e i “bond catastrofe” hanno raggiunto ormai sul mercato una dimensione pari a oltre 8 miliardi di euro (tanto quanto i danni stimati per l’evento Kirill).

Un mercato del genere è più sviluppato in altre regioni del pianeta, perché sino ad ora si è creduto che la vecchia Europa fosse abbastanza al riparo da rischi climatici di tale portata, ma dopo la catastrofe Kirill le compagnie assicurative hanno annusato aria di tempesta (ma più probabilmente di business) anche su questo versante.

Quindi il tema che si pone oggi il mercato finanziario e assicurativo non è più se il cambiamento climatico è in atto, ma quali saranno le migliori opportunità che questo cambiamento offrirà. Una domanda alla quale in parte dà già una risposta il rapporto di Citygroup, che ha individuato ben 74 società in 18 Paesi del mondo che potranno trarre vantaggio a vario titolo sul conto economico dagli effetti del cambiamento climatico (e tra questi compaiono anche le compagnie assicurative).

La risposta in tal senso sembrano essersela data anche un gruppo di dieci multinazionali americane, che alla vigilia del vertice del World economic forum di Davos (cui in questi giorni fa da contraltare il World social forum di Nairobi), anticipa la costituzione di una partnership con le associazioni ambientaliste, la Us Climate action partnership. Una lobby che nasce con l’intento di premere sull’amministrazione Bush affinchè si intervenga con drastiche misure per contrastare l’effetto serra: a partire dall’adesione al protocollo di Kyoto sino all’abbattimento del 30% delle emissioni di anidride carbonica entro 15 anni.

Certamente queste multinazionali sono mosse più dall’intravedere negli investimenti in campo ambientale futuri profitti e nuove occasioni di competività nel mercato globale, che non da un rinnovato slancio ambientalista. E certamente trattandosi di 10 corporation, seppur rappresentative di una porzione importante di mercato mondiale, non si può ancora parlare di rivoluzione eco-industriale.

Ma è comunque un segnale che riflette un cambiamento di approccio nel settore industriale e finanziario di oltreoceano, dal momento che in questa compagine ci sono multinazionali del settore energetico come la General electric, giganti mondiali dell’alluminio come Alcoa ma anche banche come la Lehman Brother. Un segnale che seppur meno accentuato viene anche dalla sponda europea, come rivela un sondaggio compiuto tra i manager delle maggiori imprese del vecchio continente (Ups Europe business monitor), secondo il quale per il 45% degli amministratori delegati l’ambiente è diventato la principale preoccupazione e il 60% ritiene che l’Europa dovrebbe puntare sul sole, vento e idrogeno per il suo futuro energetico.

Sono naturalmente solo sondaggi che andrebbero testati sui fatti più che sulle preoccupazioni e i facili pronostici. Alla prova dei fatti resta infatti il dato che proprio l’industria automobilistica europea frena sulle proposte del commissario Dimas di tagliare le emissioni di Co2 delle automobili a 120 grammi per chilometro entro il 2012. Preoccupate di essere ancora più svantaggiate sul mercato rispetto alle imprese che operano in quei paesi che non hanno ancora previsto nessuna misura per il protocollo di Kyoto, come invece l’Europa ha fatto.

Segnali contraddittori più o meno forti, ma che evidenziano il dato generale di un mercato (finanziario e non), che comincia a mettere in conto gli effetti che il cambiamento climatico sta già producendo oggi e produrrà in futuro.
Spie del fatto che ancora una volta la reattività che si può cogliere e che proviene dai mercati non la si coglie nella compagine politica, né a livello di stato nazione, né a livello globale.
Una politica che non è stata in grado di prevedere e di prevenire con misure adeguate i guasti al pianeta che sono già iniziati. E che non pare avere la forza di governare nemmeno adesso con la dovuta urgenza e pervicacia.

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