[10/02/2006] Comunicati

La partecipazione secondo la Rete del nuovo municipio

LIVORNO. «La nostra è un’associazione che riunisce enti locali, strutture universitarie e movimenti con l’obiettivo di promuovere nuove forme di democrazia partecipativa. Perché pensiamo che questa costituisca un antidoto alla crisi della democrazia che sta vivendo il nostro paese». Così Rossano Pazzagli (nella foto), coordinatore regionale della rete del Nuovo municipio, presenta il convegno in programma domani (inizio alle ore 15) al Forte di Bibbona sul tema «Politiche locali e democrazia partecipativa», cui parteciperà anche l´assessore Regionale alle riforme istituzionali e ai rapporti con gli Enti locali, Agostino Fragai.

La partecipazione come antidoto ma soprattutto come pratica. Per incidere, concretamente, negli atti che le istituzioni compiono. «Il livello locale secondo noi è quello da cui partire per sperimentare nuove forme di democrazia, che dovrebbero fondarsi sul riconoscimento della centralità del Comune come istituzione più vicina ai cittadini e poi su forme di partecipazione reale dei cittadini alle scelte che li riguardano».

In che cosa consiste, dunque, la carica innovativa della vostra proposta?
«Nel fatto che non vogliamo più limitarci a processi di concertazione o confronto con soggetti organizzati. E’ necessario un coinvolgimento più ampio che consenta a chi lo vuole di incidere sui temi più rilevanti: dalle scelte sugli obiettivi di bilancio alla pianificazione urbanistica. Non porre la popolazione di fronte a scelte già compiute, insomma, ma coinvolgerla per modificare la qualità delle decisioni. Noi partiamo dal concetto di “abitante competente”: un cittadino è competente in quanto abitante. Spesso le nostre politiche si basano su un ruolo eccessivo della tecnica e del sapere. Anche gli abitanti, invece, sono portatori di un sapere diffuso».

Lei parla di volontà di incidere sulle scelte. Ciò significa che il modello partecipativo che proponete deve comunque approdare a decisioni: com’è possibile mettersi al riparo dal rischio di assenza costante di decisioni?
«Sono convinto che sia necessario stabilire prima delle regole per avere percorsi strutturati di partecipazione, altrimenti non si esce da questo dilemma. Combinare la pratica democratica, insomma, con l’efficienza del governo. Altrimenti questo rischio sarebbe reale e finirebbe per frustrare anche la domanda di partecipazione».

In che rapporto sta questa spinta con le forze politiche e con le istituzioni?
«Talvolta queste forme vengono viste come elementi di fastidio e di pericolo da parte dei soggetti tradizionali: non hanno capito che se non si aprono alla politica diffusa, la loro crisi sarà irreversibile. Io invece confido nell’intelligenza dei partiti storici: hanno la necessità di far diventare queste forme la linfa vitale della rinascita della politica. Lavorare sulla partecipazione è anche lanciare un grido di allarme sul primato degli interessi collettivi. Non è tema semplice, lo sappiamo. Noi diciamo questo: smettiamo di parlane e cominciamo a praticarla, la partecipazione. La sfida vera è farla diventare forma ordinaria di legislazione e di governo. Da noi, in Toscana, è acquisita sul piano dei principi, la difficoltà è recepirla sul piano delle pratiche di governo».

Però ha visto quanti conflitti aperti su molti temi che riguardano, ad esempio, i servizi pubblici (rifiuti, acqua) dove la partecipazione porta con sé opinioni diverse che hanno bisogno comunque di una sintesi decisionale?
«Sui servizi pubblici vi sono contraddizioni pronte a esplodere sempre. La Toscana ha voluto essere prima e meglio degli altri e ora si ritrova in una strada che forse sarebbe stato meglio intraprendere con maggiore cautela. Noi ci sentiamo incoraggiati dal fatto che la Regione ha lanciato, con il presidente Martini e l’assessore Fragai, questa idea di Legge sulla partecipazione. Ciò va nella direzione cui prima accennavo: la partecipazione richiede comunque una organizzazione».

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