[27/10/2006] Rifiuti

Federambiente: ora rendiamo pubblici Conai e consorzi di filiera

ROMA. «Tutto ciò che non è riciclato va termovalorizzato, e ai cittadini che protestano diciamo no all´incenerimento di tutti i rifiuti. Prima bisogna ridurli alla fonte, quindi applicare il riciclaggio». Queste le parole del presidente di Federambiente pronunciate ieri nel corso della presentazione dell’indagine sul recupero energetico dei rifiuti in Italia, fatta insieme ad Enea.

Ma proprio la prevenzione pare essere uno degli anelli deboli di questa filiera della gestione di rifiuti, dato che la curva di crescita è in continua ascesa e che nel 2005 ha significato 31milioni di tonnellate di rifiuti con un più 6% dal 2001 al 2004.
Sta di fatto però che mentre chi deve gestire il ciclo dei rifiuti al meglio si pone il problema di minimizzare a monte la quota dei rifiuti che poi dovrà trattare, è invece trasversale il richiamo alla crescita e ai consumi da parte della politica che deve fare i conti con una economia che non riparte.

Ma come possono stare insieme questi due corni del problema, dato che a una maggiore crescita dei consumi non può che corrispondere una aumento dei rifiuti?
Lo abbiamo chiesto allo stesso Daniele Fortini (nella foto), presidente di Federambiente.

«Premetto che uno stile di vita più sobrio e meno ossessionato dal consumismo sarebbe auspicabile per tutti e provo nel mio quotidiano a cercare di metterlo anche in pratica. Detto questo il problema non è tanto ridurre i consumi, casomai indirizzarli. Nei parametri che compongono il e nel paniera che compone la ricchezza, è contemplato anche il consumo di benzina e non credo che questo debba essere messo tra i parametri di benessere. Ma posso invece ammettere che tra i parametri che stanno alla base dell’economia ci sia anche l’aumento dei consumi. Il problema è come riusciamo a aumentare i consumi, producendo una minore quantità di rifiuti.. Per esempio molto si può fare nel settore degli imballaggi; qualificare gli imballaggi producendone meno e meglio in qualità. Questo significa che potranno essere più agevolmente recuperati come materiale. Credo che dovremmo muoverci con questo approccio: qualificare i consumi ed agire affinchè gli imballaggi e le altre materie messe in consumo possano essere più agevolmente riciclate».

Altro anello del problema è infatti il riciclaggio delle frazioni differenziate.
Ma chi si occupa di controllare la filiera del recupero?

«Sono convinto che nel momento in cui il sistema del riciclaggio nasce come elemento di supporto alle buone pratiche ambientali, come è il caso del Conai per gli imballaggi, debba essere previsto un momento di verifica. Il Conai nasce nel pubblico interesse e secondo il principio chi inquina paga, per cui il produttore paga un contributo relativo al trattamento che quell’imballaggio dovrà subire ai fini del riciclo. Purtroppo però quel sistema è rimasto nell’orbita di privati. Infatti il produttore degli imballaggi che deve obbligatoriamente riconoscere un contributo su quanto immette sul mercato è anche azionista di quel consorzio, e potremmo dire il solo azionista. E sviluppa le politiche, di interesse pubblico, di riciclaggio di quelle materie che produce in maniera privatistica. Qui c’è l’elemento che non funziona. La legge che istituisce il Conai è nata nell’interesse pubblico e il pubblico dovrebbe quindi controllare quel sistema. Su quel circuito ovrebbe essere esercitata una governance pubblica a livello nazionale. Ma il discorso vale anche sui singoli consorzi di filiera. Ad esempio nel settore del vetro, vi sono due sole multinazionali che producono vetro e producono imballaggi e che quindi partecipano al consorzio Coreve e sono loro che fanno le regole, stabiliscono il contributo e decidono cosa e quanto ritirare. Credo che una controllo da parte del pubblico, a garanzia del pubblico, sarebbe necessario».

E veniamo all’ultimo anello della filiera della gestione integrata, ovvero lo smaltimento.
Cosa ne pensa Federambiente di togliere gli incentivi al recupero energetico della parte non biodegradibile dei rifiuti come chiede Legambiente, che ci farebbe incorrere nelle’ennesima infrazione comunitaria?

«Riguardo ai certificati verdi, dobbiamo tenere presente che solo il 4% degli incentivi va alle fonti rinnovabili quali il solare, l’eolico ecc., il 96% viene conseguito da imprese che bruciano i cascami della lavorazione del petrolio. Quindi perché escludere i rifiuti? la parte che va agli inceneritori è solo il 3,7% di quel 96%.
Va bene con chi sostiene di dare i certificati verdi a chi fa solo rinnovabili vere. Ma perché prendersela solo con la quota che va ai rifiuti, che tra l’altro per noi è importantissima perché altrimenti andremmo in sofferenza? Gli inceneritori li fa il pubblico con i soldi pubblici e non è scandaloso che vi siano degli incentivi dal pubblico».

Ma quindi se venissero esclusi anche tutti gli altri che si avvalgono impropriamente dei certificati verdi, voi sareste d’accordo?
«Affronteremo sicuramente con più serenità il tema».

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