[25/10/2006] Rifiuti

Fortini: Il tema delle nanopolveri è solo italiano, la comunità scientifica lo ignora

ROMA. C’era anche Daniele Fortini, presidente di Federambiente, a New York, dove nei giorni scorsi il termovalorizzatore di Brescia (nella foto)è stato incoronato il migliore al mondo, battendo la concorrenza di Malmoe in Svezia, Amsterdam e Londra. A conferire il premio è stato il Wtert (il consiglio per la ricerca e la tecnologia della termovalorizzazione), organismo dell´Earth Center della Columbia University. A Daniele Fortini chiediamo intanto di spiegarci cos’è il Wtert e da chi era composta la giuria del premio.

«Il premio è organizzato dal dipartimento scientifico della Columbia university e il comitato scientifico della giuria è formato esclusivamente da professori di questa università americana, che ha organizzato l’evento per il secondo anno consecutivo. Nel 2005 infatti il premio lo vinse un termovalorizzatore della Pennsylvania».

Per organizzare un evento del genere ci vogliono molti soldi. Da chi è finanziato il ´Wtert industry award´?
«E’ un progetto della Columbia university che lo finanzia interamente con i propri fondi. Quindi non c’è alcun sponsor dietro, se non quelli ovviamente che devolvono aiuti nel suo complesso all’università che poi decide autonomamente di girarli nella più svariate iniziative, tra cui appunto questo premio».

Quindi lo ritiene un premio attendibile?
«Penso proprio di sì».

Quali sono gli indicatori tenuti in considerazione dalla giuria?
«Uno dei parametri più importanti è sicuramente quello delle emissioni inquinanti, valutate nella loro quantità e qualità. Poi si tiene in considerazione la tecnologia di trattamento delle scorie, l’efficienza elettrica dell’impianto, la produzione di energia termica, l’inserimento nel ciclo di sostenibilità della struttura. Ma ci sono anche indicatori esterni: per esempio viene valutato l’impatto paesaggistico-architettonico, oppure anche il consenso sociale».

Questi dati come vengono raccolti?
«Alcuni vengono inviati come autocertificazione da parte delle aziende, ma la maggior parte sono richieste alle autorità competenti in ogni singola regione del mondo, quindi per esempio in italia molti elementi vengono richiesti all’Arpat e alle Asl. La prima fase di valutazione si conclude con la creazione di una short list con i dieci migliori impianti del mondo, quest’anno ce n’erano 6 europei e 4 americani. Nella seconda fase sono previste visite in loco in questi impianti per tutte le verifiche del caso, fino alla proclamazione finale del vincitore».

Nella vita di un termovalorizzatore 12 mesi sono piuttosto pochi per leggerne apprezzabili cambiamenti, in positivo o in negativo. Non ritiene che questo possa falsare un po’ il verdetto della giuria, cercando di premiare a turno un po’ tutti?
«In effetti nell’arco di un anno non sono tantissime le variabili possibili. Però consideri per esempio che Brescia rispetto a 2 anni fa ha un sistema di filtro con catalizzatori in grado di abbattere i particolati leggeri, cioè fino al 60% delle polveri sottili. Oppure il recentissimo impianto di Amsterdam sta attivando una nuova modalità di smaltimento delle scorie, per cui per esempio la classifica del prossimo anno ne terrà sicuramente conto».

Gli altri inceneritori italiani come si sono posizionati in classifica?
«Vengono resi noti solo i primi dieci impianti al mondo, quindi non possiamo conoscere la valutazione degli altri nostri impianti. Certo noi confidiamo che il prossimo anno entrino nella short list altri termovalorizzatori evoluti, come quello di Milano e quello di Bologna, che sicuramente possono competere con i migliori».

Tra i parametri presi in considerazione dal premio c’erano le nanopolveri?
«No. E le spiego il perché: questo tema delle nanopolveri in effetti è solo italiano, a livello mondiale si parla sempre di polveri complessivamente e non pare interessare la comunità scientifica. In effetti non esistono pubblicazioni in tal senso su alcuna rivista scientifica».

Lei personalmente cosa ne pensa?
«A parte il fatto che Federambiente sta pensando di attivare uno studio anche in tal senso, però devo dire che per il momento possiamo solo osservare il lavoro del professor Montanari, che studia le nanopolveri ormai da anni, ma nessun laboratorio internazionale né riviste scientifiche sembrano considerarlo un lavoro importante dando il tema per già acquisito, cioè ricomprendendolo all’interno della questione polveri. Allora questo cosa vuol dire? Io sinceramente non so dare una valutazione tecnica. E può darsi benissimo che un ricercatore faccia una scoperta importante e venga ignorato per anni dalla comunità scientifica. Oggi noi possiamo soltanto osservare e cercare di approfondire».

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