[20/10/2006] Energia

Bonari (Cribe): «Il futuro delle biomasse è nei piccoli e piccolissimi impianti»

PISA. E’ nato a Pisa il Centro interuniversitario di ricerca sulle biomasse da energia (Cribe), realizzato dall’Università di Pisa e dalla Scuola Superiore Sant’Anna. Il presidente del Cribe è il professor Enrico Bonari, con il quale abbiamo parlato delle finalità del Centro e sul presente/futuro delle biomasse in Toscana. Uno scenario che vede la ricerca spostarsi sui piccoli impianti, considerati più sostenibili da tutti i punti di vista. E che nella nostra Regione potrebbero concentrasi nelle aree intorno alla provincia di Grosseto, in special modo la Maremma e nell’area pisana-livornese, il cerchio intorno alla Valdera.

Professor Bonari, quali sono le caratteristiche di questo nuovo Centro?
«La prerogativa e la peculiarità di questo Centro è che coinvolge due Università, quella di Pisa e quella della Scuola Sant’Anna, e soprattutto mette insieme tutte le discipline relative alla bio-energia. E quindi da Agraria a Ingegneria. Questo centro vuole costituirsi come entità unica che metta insieme le problematiche della ricerca scientifica e la divulgazione delle innovazioni. Oggi le biomasse vanno di moda. Personalmente però ho cominciato a studiarle 15 anni fa, quando non servivano. E oggi a Pisa ci sono esperienze importanti che possono essere messe a frutto».

Da dove nasce l’idea di questo centro?
«L’idea è mia. Circa sei anni fa ho avuto un grosso finanziamento pubblico – 90% dal Ministero dell’agricoltura e 10% dalla Regione Toscana – per un progetto che si chiamava bio-energy farm. Questo doveva verificare la possibilità delle aziende agricole di convertirsi al no food, ovvero il passaggio dalla produzione alimentare a quella sostanzialmente di energia».

Uno degli aspetti positivi riconosciuti alle biomasse è proprio che potrebbero favorire un rilancio dell’agricoltura. E’ d’accordo?
«La produzione di energia da biomasse non può certo risolvere i problemi energetici pubblici. Ma se gli impianti vengono costruiti nelle aree giuste, quindi vicino alle foreste, oppure dove vengono prodotti gli scarti dell’agroalimentare, come residui di pomodori, oppure semi, sansa, possono davvero dare un grosso impulso all’agricoltura. La mia idea, però, è quella di piccoli impianti».

C’è già una mappa delle aree che si prestano meglio in Toscana? E perché sono migliori i piccoli impianti?
«La mappa è stata fatta proprio durante quel progetto che dicevo prima, nel 2004. Le zone migliori sono nella Maremma, in provincia di Grosseto, e nel cerchio della Valdera, nella provincia pisana-livornese. Poi c’è l’area della foresta appenninica, dove sono già partiti diversi progetti (uno anche dell’Università di Firenze alla Selletta, ndr). I piccoli impianti hanno molti vantaggi. Uno è quello dell’impatto visivo, la nostra regione è infatti conosciuta per il suo paesaggio e non lo si deve, secondo me, snaturare con grandi impianti. Faccio un esempio. Se volessi produrre 10 megawatt, avrei bisogno di 100mila tonnellate annue di biomasse. Il che significa 5mila ettari di terreno. Una cosa davvero enorme. Per me il massimo è un impianto che produca un megawatt e che quindi ha bisogno di 10mila tonnellate annue. Ma meglio ancora impianti da 0,5 megawatt. In pratica uno a azienda e magari che possa renderla autosufficiente. Se poi produce più energia, allora potrà anche venderla al gestore come già capita da qualche parte. E per fare impianti così piccoli serve che la tecnologia avanzi, per questo è fondamentale il coinvolgimento della facoltà di ingegneria».

Le biomasse, però, vengono anche contestate. Lei che cosa ne pensa?
«Come in tutte le cose che vengono contestate c’è qualcosa di vero e qualcosa di esagerato. Se si prendono ad esempio in considerazione grandi impianti è ovvio che per trasportare tutte quelle tonnellate di biomassa necessarie che dicevo prima servirebbero camion e camion che giornalmente creerebbero un grosso problema da tutti i punti di vista. Ma questo problema si può superare con i piccoli impianti. Così come si supera in questo modo anche l’impatto visivo. Per quanto riguarda le emissioni credo che la tecnologia sia arrivata ad un punto tale che sono ridotte quasi a zero. Vorrei inoltre aggiungere una cosa. Che sarà anche tema dell’incontro che si terrà lunedì a Pisa con il ministro De Castro. L’Enel si sta muovendo perché la legge le consente di mandare a combustione la biomassa con il carbone, nella percentuale del 2-3%. Quindi la filiera della biomassa si può così chiudere in due modi: o all’interno della tenuta dell’azienda o della cooperativa agricola, che quindi produce energia per se stessa, oppure vendendo un prodotto semilavorato all’Enel».

Il Centro interuniversitario di ricerca sulle biomasse da energia è quindi partito e ora andrà a proporsi per sviluppare progetti agli enti pubblici. In arrivo anche un importante finanziamento da parte della Cassa di Risparmi. Il Cribe si occuperà anche di biodisel, bioetanolo e biogas.

L’attività di ricerca di base avverrà presso il Centro Interdipartimentale di ricerche Agro-Ambientali “E. Avanzi” a San Piero a Grado, dove sarà possibile mettere a punto una specifica attività di sperimentazione che utilizzerà ed attiverà - il più possibile a scala reale - tutte le attrezzature di base indispensabili per la messa a punto delle varie “filiere” di produzione della bioenergia e dei biocarburanti fluidi, al fine di individuare le possibili soluzioni dei vari problemi finora incontrati.

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