[18/10/2006] Energia

Scalia: su risorse e mutamenti climatici diciamo le cose come stanno

ROMA. L’intervista fatta ieri a Margherita Hack poneva l’accento sul fatto che si sta diffondendo in alcuni settori della società un catastrofismo esagerato e che certamente si può ancora fare qualcosa per limitare i danni dell’inquinamento del pianeta e degli effetti del surriscaldamento globale. A partire proprio dalle questioni energetiche.
In effetti il problema del limite delle risorse e degli effetti dei cambiamenti climatici sono temi su cui anche capi di stato e di governo “illuminati” si interrogano e allora quanto tempo rimane per agire e quali gli interventi prioritari da prendere? Ne abbiamo discusso anche con Massimo Scalia (nella foto), fisico e presidente del comitato scientifico per il decennio 2005-2014 per lo sviluppo sostenibile dell’Unesco.

Si deve parlare di catastrofismo o di realismo quando si parla dell’urgenza di salvare il pianeta?
«C’è di fatto un sentire comune su questi temi, perché già il famoso rapporto del Mit - “A limit to growth”, del 1972 - aveva nel sottotitolo come far fronte al “predicament of the mankind”, cioè alla “pericolosa situazione” dell’umanità. E tutti concordano sul fatto che siamo indietro sui provvedimenti che si sarebbero dovuti prendere da oltre 30 anni.
Alle evidenze per i drastici cambiamenti climatici in corso, ormai sotto gli occhi di tutti - basti pensare alle sconvolgenti immagini di New Orleans devastata dall’uragano Kathreen, risponde un generico sentire comune, preoccupato sì, ma convinto di fatto che ci sarà tempo sufficiente per intervenire».

b>Ma è vero che c’è questo tempo?
«La curva di Hubbert per la produzione industriale del petrolio è prossima al picco. Questo massimo viene collocato da vari studi sempre più vicino nel tempo, e quando la produzione del petrolio raggiungerà quel picco il prezzo del greggio diventerà del tutto incontrollabile. Questo dal lato risorse.
Dal lato dei cambiamenti climatici, la riduzione impressionante della calotta polare artica sta viaggiando a un ritmo raddoppiato negli ultimi 10 anni e vi sono addirittura studi che certificano mutazioni genetiche ereditarie in alcune specie viventi indotte dai cambiamenti climatici».

Ma allora cosa si deve fare per contrastare questo comune "buon senso" e agire?
«Per contrastare il comune "buon senso", e va detto che a volte anche da parte delle associazioni ambientaliste viene il monito a non fare catastrofismo, si tratta di dire le cose come stanno. E’ la prima volta che la comunità scientifica che viene sempre accusata di indurre ulteriori incertezze nelle nostre società “del rischio” a causa delle sue spaccature sui temi fondamentali, si assume la responsabilità di dire le cose come stanno: e con una sola voce! E’ infatti il secondo anno consecutivo che le accademie scientifiche dei 12 Paesi più importanti del mondo rivolgono appelli a chi governa, segnalando il nesso tra energia e cambiamenti climatici. Quest’anno, in occasione del G8 di S.Pietroburgo, hanno chiesto ai Paesi che ne fanno parte di dare priorità a grandi investimenti pubblici per il risparmio energetico. Che viene vista come la strategia che più incide per ottenere risultati quantitativi nella riduzione dell’effetto serra.
Ma già nel 2002 l’accademia delle scienze degli Usa era uscita con una pubblicazione “Abrupt change. Inevitable surprise” in cui in sostanza si diceva che non c’è bisogno di aspettare il 2050 per avere gli effetti climatici temuti, perché la variazione drastica di un parametro, in questo caso la CO2, in un sistema non lineare può far passare bruscamente (“abrupt”) dalla stabilità all’instabilità. E’ ciò che stiamo vivendo».

Ma insomma quanto tempo abbiamo ancora davanti? O abbiamo già perso il treno?
«Certo questa non è materia di profezie. Ma penso che abbiamo non più di vent’anni di tempo».

Ma che significa questo? Che scomparirà la specie umana come dice qualcuno?
«Non è questo il punto, quanto il verificarsi di effetti così profondi da mettere in discussione i concetti e la pratica che fondano le nostre società, a partire da quello stesso di democrazia, come ipotizzava qualche anno fa nel suo saggio “Democrazia ed ecologia” David Darhendorf.
E bisogna fare molto nei primi 10 di questi venti anni.
La Commissione europea ha approvato il libro verde dell’energia, in cui fissa l’obiettivo del 20% di risparmio energetico entro il 2020 e il 15% di fonti rinnovabili per l’energia elettrica entro il 2015. Sono obiettivi tanto seri quanto difficili. Ma questo non risolverebbe il problema, perché gli Usa da soli rappresentano il 20% delle immissioni di CO2 in atmosfera. E se gli Stati Uniti non ratificano il protocollo e non attuano le politiche di contenimento delle emissioni di CO2, con quale faccia si potrà infatti mai chiedere a Cina e India di entrare nel protocollo di Kyoto? E se dal 2012 non entrano saranno guai».

Allora abbiamo perso o c’è ancora qualche speranza?
«Non abbiamo perso. Bisogna però muoversi e c’è da sperare in alcuni fatti: alcune Corti federali degli Stati Uniti hanno ritenuto ammissibili i ricorsi di alcune associazioni ambientaliste per i danni ambientali derivanti dalla non attuazione del protocollo. Io credo che l’Europa dovrebbe aderire al suggerimento del premio Nobel Stiglitz, che dice al nostro continente di denunciare in tutte le sedi internazionali - dal Wto e alle Corti di giustizia internazionale - gli Usa per concorrenza sleale. Infatti se gli Usa non ratificano il protocollo di Kyoto, non devono spendere le somme ingenti richieste dalle grandi trasformazioni - impianto produttivo, trasporti ecc.- necessarie per ridurre le proprie emissioni.
Tra l’altro, dato che gli Usa sono “devastatori” di energia, quell’obiettivo del 20% faticoso per l’Europa, per loro sarebbe assai più facile da raggiungere.
Basta pensare che ogni statunitense immette quasi 20 tonnellate di CO2 contro le 8 di un europeo».

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