[16/10/2006] Comunicati

Sociale e ambientale: la sostenibilità ha bisogno di una nuova economia

LIVORNO. Uno degli argomenti di più frequente dibattito in questi giorni è senza dubbio quello sulle tasse. Del resto in periodo di definizione della legge finanziaria, e quindi di manovre fiscali non potrebbe essere altrimenti. Anche se come è emerso dai dati delle denunce dei redditi 2005, gran parte di coloro che non sono soggetti a prelievi automatici d’imposta perché dipendenti, trovano spesso il modo di aggirare i tanto odiati prelievi denunciando redditi sinceramente poco credibili, per usare un eufemismo.

E che le tasse non siano un “genere” gradito dagli italiani, risulta anche da una recente indagine commissionata dal tribunale dei diritti del contribuente e realizzata da Contribuenti.it su un campione di 1.500 cittadini. In particolare tra le più invise vi sono le cosiddette tasse indirette, cioè quelle che si pagano senza tenere conto del reddito pro capite ma dei consumi.

Tra queste “le accise su benzina, energia elettrica e metano” stanno al primo posto. A seguire l’Ici, l’imposta comunale sugli immobili, e poi il canone Rai, la Tarsu (la tassa sui rifiuti solidi urbani) e i ticket sanitari. L’imposta sul bollo è solo al sesto posto e al settimo c’è l’Irap (l’imposta regionale sulle attività produttive); forse è dopo aver letto questa classifica che il governatore della Toscana Martini ha ceduto alle critiche e ha optato per queste due tipologie di leve fiscali.

Sul fatto che le tasse indirette sono quelle che maggiormente peccano di iniquità sociale è abbastanza intuitivo: se aumenta l’accisa sulla benzina si va a colpire tutti indiscriminatamente, ma quelli che ne risentiranno di più saranno senza dubbio i ceti più deboli e che magari utilizzano il mezzo privato per svolgere la propria attività.

Il punto è allora su come utilizzare le tasse indirette, quelle che incidono maggiormente sui consumi, in modo che abbiano un valore positivo: siano cioè “utili” per indirizzare i consumi verso quelli più sostenibili, e gli introiti siano destinati a migliorare proprio il comparto ambientale su cui intervengono. Per rimanere sulla benzina, se gli introiti dell’aumento dell’accisa fossero destinati cioè al miglioramento del trasposto pubblico, si avrebbe una doppia azione disincentivante all’uso dell’auto privata, e ciò porterebbe ad un miglioramento della mobilità urbana e dell’aria respirata in città.

La chiave del ragionamento sta quindi nell’utilizzare la leva fiscale come strumento più generale di politica economica finalizzato alla gestione di una società sostenibile; l’economia dei paesi sviluppati ha creato sempre più tecnologie labour-saving o capital-saving, ma i veri fattori scarsi, limitanti lo sviluppo, non sono nè il capitale nè il lavoro, ma sta diventando sempre più il capitale naturale. Per questo motivo sarebbe necessario utilizzare una fiscalità ambientale per modificare gli squilibri tra ciò che è limitato (il capitale naturale) e ciò che è abbondante (il consumo di risorse primarie) e che tenga naturalmente in conto anche della necessità di differenziare i prelievi nell’ottica dell’equità sociale. E per correggere gli effetti di un aumento dell’imposizione indiretta, si potrebbe anche studiare un meccanismo correttivo tramite una imposta personale molto più bassa di quella attuale ma fortemente progressiva.

Equità sociale e sostenibilità ambientale, dunque, non stanno insieme inerzialmente. E’ evidente che non è un tema semplice, ma si dovrebbe almeno provare a metterlo in atto a partire da alcuni settori, e quello energetico è senza dubbio il primo in classifica.

I costi dell’energia – per quanto dal comparto industriale si voglia sostenere il contrario- sono bassi a tal punto, come del resto quelli dei trasporti, che permettono di vendere ad esempio generi deperibili, e che quindi necessitano anche di refrigerazione con ulteriori aggravi nel bilancio energetico, provenienti dall’altra parte dell’oceano a prezzi assai inferiori ai prodotti locali. E questo oltretutto va a discapito sia della produttività e del reddito a livello locale, sia della qualità del prodotto. Per non sottovalutare l’effetto che i bassi costi hanno sull’aumento dei consumi e conseguentemente sui rifiuti prodotti.

Insomma si tratta di rimettere mano a quelli che sono considerati i canoni classici dell’economia, ma questo appare lo scoglio più difficile da superare: non è un caso d’altronde che a Muhammad Yunus, l’economista che ha inventato il microcredito, un sistema che ha rivoluzionato l’approccio del sistema bancario e che ha contribuito a sollevare milioni di persone dalla miseria venga assegnato il premio Nobel per la pace anziché quello all’economia.

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