[16/10/2006] Consumo

Consumatori-sensibili e imprese dai codici etico-pleonastici

LIVORNO. Un’indagine realizzata da Pfk, network internazionale di revisione contabile, e Atman project, società di consulenza, dimostra che il 60% delle grandi aziende italiane si è dotata di un bilancio sociale e che addirittura il 75% di queste ha un proprio codice etico.

A fare da controcanto c’è poi un’altra indagine, che l’istituto Astra pubblicherà nei prossimi giorni e che invece sposta la lente di ingrandimento sui consumatori: L’indice di attenzione sul complesso dei fattori della Corporate social responsability è cresciuto dal 37% del 2000 al 53% del 2006 e va detto per inciso che l’attenzione all’ambiente resta quella più considerata, con il 78% di italiani che la apprezza in un impresa.

Tutto bene allora? Sicuramente la base della riflessione appare positiva, ma non dobbiamo dimenticare il terribile paradigma delle percentuali: Il 60% delle grandi aziende che ha un proprio bilancio sociale, rappresenta più o meno lo 0,04 delle imprese italiane, visto che nel nostro Paese solo 3199 imprese occupano più di 250 dipendenti (e possono quindi essere considerate grandi) e sono quindi appena lo 0,08% del totale.

Dove sono invece i bilanci sociali e i codici etici del 99,92% delle imprese italiane? Solo casi sporadici e frutto di motivazioni molto spesso logospecifiche, che sono poi anche quelle che determinano le scelte etiche di molti grandi gruppi industriali. Il rischio è quello che queste operazioni si affianchino semplicemente ad esigenze di marketing e che non affondino nel reale rispetto degli ideali promessi. Oppure che siano totalmente pleonastici: mostrare nell’etichetta che per fare un determinato prodotto non è stato sfruttato il lavoro minorile è per esempio inutile, perché è già vietato per legge e altrimenti il prodotto non potrebbe essere commercializzato.

Del resto per non cadere nell’autoreferenzialità di certi codici, gli strumenti ci sarebbero: basta pensare a tutte le certificazioni che ai vari livelli permettono di dimostrare con i fatti la propria filosofia, che sia di carattere ambientale, sociale o etico-comportamentale. Su questo specifico punto delle certificazioni però, risulta anche difficile pretendere attenzione dagli imprenditori, quando anche a livello di enti pubblici siamo ancora lontanissimi dal dare il buon esempio, con ancora poche amministrazione impegnate per esempio nella certificazione Emas o nella redazione di una contabilità ambientale.

Ma poi infine il consumatore-sensibile della ricerca Astra a chi andrà a chiedere e pretendere eticità? Alla grande industria vicino a casa, ben visibile. O alla catena di supermercati da cui va a fare la spesa. Forse. Ma difficilmente la chiederà invece alla ditta che gli sta ristrutturando casa (che fa parte del 99,92% delle imprese) e che magari "sbriciola" l´eternit insieme ai rifiuti inerti perchè smaltirlo correttamente costa troppo, anche perché nessun impianto di recupero o di smaltimento è in grado di ritirarlo.

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