[09/10/2006] Recensioni

La recensione . Soft economy di Antonio Cianciullo e Ermete Realacci

Il meglio del giornalismo ambientalista e il meglio dell’ambientalismo divulgativo evidenziano subito che “La tesi di questo libro è che la tendenza al declino (dell’Italia) si può invertire anche spostando l’attenzione dalla hard economy delle aziende che delocalizzano nei paesi emergenti per inseguire il basso costo del lavoro alla soft economy che scommette sulla conoscenza e sulla ricerca, crescendo assieme al territorio anziché contro; che unisce la forza propulsiva dell’industria alla capacità di tenuta nel tempo dei saperi tradizionali…”.

I 25 capitoli che illustrano altrettante esperienze imprenditoriali che hanno tratto vantaggio da un sapiente e perspicace intreccio fra tradizioni locali, del territorio, e innovazioni tecnologiche ( e quindi industriali) sono introdotte da una lunga riflessione sulla possibile evoluzione della nostra economia a partire da tre condizioni: investire in intelligenza e flessibilità; creare una rete, sul modello dei distretti, fra le imprese della soft economy in modo da costituire una massa critica di scala; estendere l’attenzione dall’innovazione di prodotto all’innovazione di processo.

Insomma l’economia leggera può decollare se viene rafforzata complessivamente quella cultura dell’insieme che anima l’introduzione del libro, quella visione olistica che sa cogliere i nessi e le sinergie possibili fra piani e settori fino ad oggi ( e ancora oggi) affrontati dalla politica e dall’economia in modo separato.

Se è vero, come è vero, che è “la capacità di intrecciare i vari piani, il motore della (possibile, ndr) nuova economia”, cioè la capacità di tenere insieme sostenibilità economica, sociale e ambientale; la capacità di fare bilanci economico-ecologici; la capacità di rifuggire dal dumping sociale e ambientale per competere con processi e prodotti qualitativamente elevati perché legati alla affermazione di nuovi valori ispirati alla coesione e alla sostenibilità; allora la riflessione che ne deriva è su quanto gli esempi riportati rispecchiano la cultura della classe politica, amministrativa e……imprenditoriale e quanto invece non sono spie di una possibilità, di una potenzialità, ancora oggi circoscritta alla fantasia dei singoli.

Ma, osserviamo, è il sistema paese che non riesce a tematizzare la sostenibilità sociale e ambientale come motore per un nuovo sviluppo. Finanche guardando ai conflitti sociali e politici che lo attraversano si capisce che la fisiologica dialettica ripropone schemi industrialismo-antindustrialismo oramai superati dalla necessità di implementare nel calcolo economico la sostenibilità e, dunque, la capacità di una sua misurazione in modo attendibile almeno quanto (non) lo è il Pil in tutti i settori: industria compresa
Non è questione, come dice De Benedetti nella postfazione, di pensare di “far resuscitare i grandi colossi industriali”, ma neanche pensare che la strada sia “la capacità di valorizzare un prodotto, qualunque esso sia, con alti contenuti simbolici” per puntare ad incrementare la nostra quota di mercato mondiale (oggi al 26,5%) sui prodotti di lusso guardando alla crescita delle classi alte dei paesi emergenti.

Insomma, il “sistema moda” italiano, con i suoi distretti, dilatato alle classi agiate della Cina, dell’India, ecc…. senza orientare ricerca e trasferimento tecnologico alla innovazione di processo (come si sottolinea giustamente nella introduzione) rischierebbe di far segare il ramo su cui questa economia si regge: sia dal punto di vista sociale che da quello ambientale.
E siccome la coesione sociale non può essere il frutto di sovrapposizioni neo-ideologiche ma di mutamenti effettivi nei/dei rapporti di potere; e siccome la sostenibilità ambientale non può essere il frutto inerziale delle dinamiche autonome dell’economia; se è vero che, come dicono gli americani, “anche un gatto morto rimbalza”, allora non si capisce perché l’unica cosa che non dovrebbe rimbalzare è il rovesciamento del rapporto fra politica ed economia che si è avuto negli ultimi 15-20 anni.

L’implementazione delle pratiche di sostenibilità sociale e ambientale possono dar luogo alla soft economy solo se le classi dirigenti (intese in senso lato) saranno obbligate a rifarsi la domanda “per chi e per cosa produrre” e ad orientare questa domanda con nuovi orizzonti e nuovi progetti. Del resto, è possibile che la soft economy possa essere il futuro del mondo se le 75.000 imprese multinazionali pianificano in modo esasperato il loro sviluppo e i governi, invece, debbano essere assillati dalla necessità di dimostrare la loro volontà non dirigista dell’economia?

A parte il paradosso per cui al ribrezzo per il dirigismo si dovrebbe accompagnare (De Benedetti) a “una politica alta che aiuti il capitalismo nostrano ad uscire dalle secche”, abbiamo l’impressione che aspirare a far diventare l’Italia “il primo distretto mondiale…….che estende la corsa verso l’eccellenza con una offerta che passa dalla qualità del prodotto alla qualità della vita” tenga si, conto che la “globalizzazione impone a tutti di puntare sulle proprie speciali attitudini” ma ignori che la “generalizzazione del benessere su scala mondiale” non è affatto una generalizzazione: è la riproposizione di baratri sociali forieri di scosse telluriche di cui se ne vedono le avvisaglie ma sarebbe bene cercare di impedirne gli sviluppi. E questo, forse, è l’unico aspetto non evidenziato dal libro e che risponde alla domanda: una soft economy in un paese solo è possibile? Di più: è desiderabile? Visto che, come appare con evidenza solare da tutti gli esempi fatti nel libro, non esiste soft senza hard, siamo sicuri che delegare l’hard a chi non internalizza i costi ambientali sia cosa buona e auspicabile?
Facciamo il nostro, facciamolo bene, ma non dimentichiamo che se è indispensabile non è, però, sufficiente. Senza una governance mondiale dell’economia indirizzata verso la sostenibilità, la sommatoria delle singole eccellenze non rappresenterà mai un gioco a somma zero. Non foss’altro perché il vero problema che incombe, ben oltre la competitività di un paese, è come riuscire a vivere sulla terra in maniera equa e dignitosa per tutti con un numero di esseri umani che ha già superato i 6 miliardi e che entro questo secolo potrà raggiungere i 10 miliardi. In questa prospettiva, potremmo anche ritagliarci una nicchia soft nella divisione internazionale del lavoro, ma il contesto evolverebbe verso l’insostenibilità. Herman Daly diceva più o meno così: possiamo ( e dobbiamo, ndr) ottimizzare il carico sulla nave ma, se questo è troppo, la nave affonda comunque.

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