[12/06/2006] Recensioni

La recensione - Manuale della sostenibilità, di Gianfranco Bologna

Con il rigore e l’equilibrio che lo contraddistingue, Gianfranco Bologna, direttore scientifico del WWF e segretario generale della Fondazione Aurelio Peccei, ci ha regalato questa sorta di compendio del pensiero ecologico sistematizzando e circostanziando riflessioni e concetti fino ad evidenziare con grande lucidità la scienza del futuro: la “sustainability science”.
La scienza della sostenibilità, che pretende la piena ibridazione fra economia ed ecologia, si nutre di analisi dei processi naturali quanto di quelli sociali, dei processi economici quanto di quelli produttivi. Insomma viene proposto “un modello di pensiero che cerca di intergare la civiltà contemporanea con la complessità della natura” e, diversamente dal massimalismo negazionista dei Latouche che propugnano la decrescita, viene indicato un’idea credibile di sviluppo in opposizione, certo, al mito della crescita a tutti i costi.
L’approccio di Bologna, oltre ad essere colto, è anche coraggioso. Non sfida solo i tabù dell’economia classica ma anche quelli di matrice ambientalista.
All’idea che il paradigma ecologico sia quello “dell’equilibrio della natura” viene opposto quello dell’ecologia dinamica. “Il vecchio concetto dell’equilibrio (da non rompere, ndr) della natura può essere esteticamente piacevole ma è inappropriato e fuorviante……I sistemi ecologici sono in continuo dinamismo e non hanno un punto stabile”. La vexata quaestio sull’uomo che non deve intervenire sulla natura perché ne romperebbe l’equilibrio è qui superata a piè pari dalle indicazioni su come può e deve intervenire l’uomo per non rompere ed inceppare il dinamismo naturale.
Da qui se ne fa discendere un’altra indicazione. Citando Michael Soulè, che definisce la biologia della conservazione come una “disciplina di crisi”, viene riconsiderato il principio di precauzione inserendolo in un quadro dove “molte azioni vanno avviate, anche senza una completa conoscenza, perché l’attendere prima di agire (ad esempio attendere una maggiore conoscenza), lasciando agire indisturbate le azioni negative, potrebbe produrre danni ancora più gravi e rendere molto più difficile la soluzione dei problemi in un periodo successivo” Sono, questi, tutti quei casi in cui, intervenendo, non si azzera il problema ma si mitigano i suoi impatti. In questi casi occorre procedere e “pensare in termini probabilistici comprendendo la natura dell’incertezza scientifica”. E il non agire, appunto, non produrrebbe né maggior sicurezza, né maggiore conoscenza, né maggiore certezza.
In questo quadro appare logico allora che, “il processo del prendere decisioni ……deve lasciare spazio alla negoziazione tra vari attori sociali…… dove il ruolo della conoscenza scientifica nella comprensione del mondo in cui viviamo (però) resta comunque imprescindibile e centrale”.
Inutile dire che lo stato del pianeta impone, a tutti i livelli, azioni ed interventi calibrati sulla sostenibilità. Ma è interessante la notazione di Bologna che indica come le ricerche e le analisi fin qui condotte indicano che i sistemi naturali al pari di quelli sociali possono cambiare sostanzialmente in due modi: o attraverso cambiamenti progressivi, dovuti a processi di formazione e auto-organizzazione interni (riformisti si potrebbe dire con un termine in voga) oppure attraverso cambiamenti improvvisi che conducono il sistema stesso da un dominio di stabilità a un altro (rivoluzionari, si potrebbe dire usando un termine non più in voga). Per quanto attiene ai sistemi naturali, che non si fanno specie di ciò che è in voga (moderno) e ciò che non lo è, i cambiamenti progressivi e graduali e quelli improvvisi si combinano dando vita a cicli adattivi. In ogni caso, quando le azioni da compiere sono da calibrare sulla sostenibilità, è evidente che queste debbono essere “misurate”. Come “misurato” deve essere lo stato in cui si interviene. Se non c’è “misura” dello stato non c’è “misura” neanche dell’azione. E non ci sarà “misura” neanche della efficacia dell’azione. Indicatori e contabilità ambientale, insomma, sono strumenti imprescindibili della scienza della sostenibilità anche quando ci si trova nelle condizioni nostre, di assoluta certezza, che debbono essere ridotti i flussi di energia e di materia. Ci ricorda, Bologna, che la più grande organizzazione scientifica ecologica al mondo, l’Ecological Society of America (ESA) afferma che una scienza ecologica avanzata per la sostenibilità globale indica come necessari tre percorsi: decisioni informate, ricerche innovative e cambiamento culturale. E siccome “nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma……degradandosi”, lo “zero statico” dei circoli chiusi è un “paradigma piacevole ma inappropriato e fuorviante”.

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