[09/06/2006] Recensioni

La recensione: Quanto rischiamo - di Cass R. Sustein

Sustein è uno dei massimi esperti americani di protezione ambientale e regolamentazione del rischio. In questo testo affronta l’oramai alquanto dibattuta differenza fra rischio e percezione del rischio. Due aspetti del vivere quotidiano delle società post-industriali che spesso non coincidono e spesso, anzi, sono in contraddizione.

La tesi è che, per quanto discutibile e per quanto non perfetta, “l’analisi costi benefici”, previa quantificazione degli uni e degli altri, offra ai decisori politici l’unica possibilità di dare una radice oggettiva alla allocazione delle risorse per evitare e/o mitigare i rischi.

Non siamo dunque nell’oramai ampio quadro di riferimento sui sistemi di misurazione della sostenibilità ( impronta ecologica, contabilità ambientale, bilanci ambientali, LCA, certificazioni ambientali ecc….) bensì nel quadro (soggettivo e collettivo) di come vengono vissuti e valutati i rischi. Come dice Modenesi nella prefazione “in gergo epistemologico si può argomentare che le difficoltà di comprensione del rischio risiedono nel fatto che esso si genera nell’anticamera della conoscenza…..”.

Ed è proprio uno sforzo di razionalità che, sostiene Sustein, è necessario non già per negare emozioni e valori, bensì per dare risposte che siano in sintonia con le probabilità statisticamente misurate e quindi più “oggettivamente” ponderabili.

Dal punto di vista cognitivo, poste a confronto con questioni difficili, le persone spesso le sostituiscono con problemi di più facile soluzione, affidandosi a scorciatoie mentali. Sustein non nega che questo meccanismo sia del tutto sensato e che ognuno di noi vi ricorre ogni giorno, ma avverte che può far commettere errori. Infatti, “l’euristica (arte e tecnica della ricerca filosofica e scientifica) della disponibilità” (il fatto cioè che per alcuni rischi sia disponibile una informazione ridondante) spinge la gente a percepire certi rischi come più grandi (o più piccoli) di quanto siano in realtà. Nel testo vengono offerte anche tabelle comparative sui “decessi dovuti a rischi prevenibili” che indicano gli scarti fra i rischi “misurati” e la loro percezione collettiva che mette in evidenza come l’affidarsi ad una sorta di “tossicologia intuitiva” depista l’attenzione su sistemi di regole semplici ma fuorvianti.

Sustein da centralità alla “probabilità con cui i rischi possono concretizzarsi” e alla sua misurabilità attraverso la statistica per poter così procedere, attraverso l’analisi costi benefici, ad una valutazione che eviti gli errori prodotti dagli effetti a cascata dell’euristica della disponibilità. “Immagini efficaci possono oscurare accurate valutazioni statistiche…. e l’euristica emozionale fa si che i comuni cittadini diano un peso ai rischi e alle attività sulla base di un impressione generale affrettata, piuttosto che su un ragionamento in termini di probabili conseguenze”.

Quando la gente comincia a temere un pericolo minore (se non immaginario) mentre non vede quelli maggiori (gli esempi del cancro alla pelle e dell’inquinamento degli ambienti interni valgono anche per l’Europa, non solo per gli USA), impegnarsi a quantificare i costi e i benefici può aiutare a vincere sia il panico che l’indifferenza. A questo proposito pensiamo al paradosso quasi esclusivamente italiano dell’amianto. Fuorilegge dal 1992; normati i censimenti e le bonifiche dal 1994; fiumi di miliardi spesi per risarcire le vittime e i danni ( anche quelli presunti riconosciuti con generosità solo per favorire i prepensionamenti); briciole spese per censimenti e bonifiche di quei luoghi che hanno determinato quei risarcimenti; persistenza di situazioni di pericolo anche per i più giovani (si pensi alle scuole); assenza totale di cognizione collettiva, di percezione collettiva del rischio, di “euristica della disponibilità” e quindi di interesse dei decisori politici con conseguente assenza di investimenti adeguati.

Sustein non sfugge al nodo rappresentato dal fatto che in un sistema democratico si possono scegliere anche priorità di allocazione delle risorse non corrispondenti alla probabilità dei rischi, ma neanche a quello che ogni decisore politico ha il dovere di comunicare quanto più oggettivamente possibile queste probabilità e la loro scala gerarchica in termini, per quanto possibile, misurati e misurabili. Insomma, si possono fare scelte di allocazione delle scarse risorse in modo anche non corrispondente a ciò che viene indicato dal calcole delle probabilità e dall’analisi costi-benefici, ma senza che ciò significhi o possa significare, in generale e salvo eccezioni, che “l’euristica dell’emozione” sia più affidabile dell’ “euristica degli esperti”.

Parafrasando Sustein, è difficile che un buon avvocato possa fare il lavoro di un buon dentista. Se questi si scambiassero mestiere per un giorno ne vedremmo delle belle nelle aule dei tribunali e delle brutte negli ambulatori.

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