[07/06/2006] Comunicati

Cianciullo: «Pessima la qualità dell´informazione ambientale»

LIVORNO. Nei giorni scorsi, prendendo spunto da una meritevole iniziativa dell’Arpat dedicata all’informazione ambientale, abbiamo avuto modo di riproporre il punto di vista di greenreport.it su tale tema. In sostanza, la bassa qualità dell’informazione ambientale, evidenziata dalla tenaglia bombe ecologiche/silenzi, non dipende da un’insufficiente volontà di approfondimento da parte dei giornalisti (e dunque non è superabile con i pur utili seminari), bensì dal fatto che noi giornalisti (noi inteso come categoria) subiamo un’organizzazione del lavoro, nelle redazioni, che impedisce di “formarsi” e di approfondire la tematica di cui siamo chiamati a scrivere.
Fra l’altro l’ambiente non è più da considerarsi un “settore da salvaguardare”, bensì una tematica trasversale che influenza in modo decisivo, nel bene e nel male, qualsiasi politica di sviluppo. Di fronte a questi rilievi l’intervista rilasciataci ieri da Luca Frati, vicepresidente della Associazione stampa toscana è sintomatica: l’ambiente “non tira” se non con le catastrofi. E dunque, diversamente dal calcio e dalla cronaca nera, è impensabile avere dei giornalisti dedicati.
Oggi abbiamo intervistato Antonio Cianciullo, giornalista di Repubblica e animatore, negli anni passati, di un tentativo di costruire un’associazione dei giornalisti ambientalisti, l’Aiga.

«L’Aiga? Ha cessato la sua attività perché noi, dall’interno della federazione nazionale della stampa, avevamo fatto una battaglia per ottenere dagli editori il riconoscimento della specializzazione dell’informazione ambientale, ritenendo che fosse importante così come è importante per esempio la specializzazione giudiziaria e scientifica. Questa linea non è passata, e anzi gli editori in questi anni hanno ridotto i colleghi specializzati e i gruppi di lavoro all’interno dei media. Abbiamo registrato questa scelta che di sicuro non migliora la qualità dell’informazione».

Quali sono le conseguenze?
«Sicuramente stiamo assistendo a una forzatura della spettacolarizzazione delle notizie ambientali, che vengono eccessivamente spinte verso note catastrofiste. Del resto la scelta da parte degli editori è stata tanto netta quanto sbagliata, ora vedremo se in futuro i fatti potranno correggerla».

Cosa intende per ‘fatti’?
«L’Italia ha trascurato nel suo complesso tutto ciò che riguardava l’ambiente, l’innovazione tecnologica e la scienza, che sono i tre elementi fondamentali per lo sviluppo di qualsiasi Paese. Di conseguenza anche l’informazione di qualità legata a questi tre temi è stata abbandonata. Questo quadro è facilmente spiegabile anche col fatto che oggi l’Italia destina alla ricerca la metà delle risorse medie dei paesi europei. L’arretramento quindi non è solo culturale degli editori, ma è legato alle difficoltà del paese a misurarsi con le concrete possibilità di rilanciare lo sviluppo».

La Federazione nazionale della stampa ha fatto il possibile?
«L’associazione stampa si sta battendo in un clima di difficoltà generale dovuta alla deregulation del settore. In questa fase quindi gli editori non hanno avuto troppi problemi a fare la scelta di cancellare l’informazione ambientale di qualità».

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