[01/06/2006] Comunicati

Al paradigma della crescita l’applauso corale della politica

ROMA. Parliamo da un punto di vista e per questo parliamo chiaro: se la politica economica di questo Paese sarà quella enunciata dal governatore della Banca d’Italia Mario Draghi (nella foto) all’assemblea di ieri, allora occorrerà mettersi l’animo in pace: la sostenibilità dello sviluppo può attendere.

Questo giudizio non riguarda tanto, naturalmente, l’analisi dello stato della nostra economia (analisi che, pure con garbo istituzionale, non lesina bordate alle scelte fatte dal passato governo), bensì riguarda la pervicace monomaniacalità e monotematicità quantitativa della crescita come unico e vero meta-obiettivo. Senza aggettivi. Neanche accompagnata dal termine «qualità». Neanche accompagnandola con il termine sostenibilità.
«Relazione perfetta» l’ha giudicata Gianni Letta. «Profondamente condivisibile», ha aggiunto Prodi. «Le considerazioni lette ieri da Draghi sembrano in maniera sintetica il programma economico del centro sinistra», rincara Galapagos dalle colonne del «Manifesto» di oggi.

Paese spaccato? Sul meta-obiettivo della crescita (misurabile, manco a dirlo, attraverso l’indicatore Pil) non sembra affatto. Crescita come vera «stella assenzio da seguire acriticamente» insomma. Eppure il programma con il quale l’Unione si è presentata alle elezioni si intitolava «Reagire al declino. Una nuova economia, una nuova qualità ambientale, una nuova società». E’ vero che si indicava la crescita come obiettivo, ma si evidenziava che «per tornare a crescere… serve un cambio di paradigma economico e sociale, perché quello esistente non garantisce né sviluppo né risanamento» e che per questo si intitolava un intero capitolo con l’obiettivo di una «nuova alleanza con la natura: ambiente e territorio per lo sviluppo».

Certamente occorre tener conto delle circoscritte (anche se enormi) responsabilità del relatore e dell’istituzione che rappresenta ma, francamente, neanche più la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale sono rimasti inchiodati al paradigma classico della crescita ignorando una variabile oramai squisitamente economica come il capitale naturale disponibile e gli effetti che la sua insistita usura possono determinare (e già determinano) sullo sviluppo quantitativo come sui conti pubblici.

Altro che «superamento dell’ambiente come vincolo» e «utilizzo del limite delle risorse disponibili per trasferire qualità allo sviluppo». Ieri si è riproposto non solo il pensiero unico della crescita come vero e unico elemento unificante destra e sinistra (il che in questa precisa fase poteva darsi anche per scontato), bensì anche gli strumenti per perseguire questa crescita.

Forse le adesioni alla relazione del governatore che ci sono state da parte del centrosinistra sono dovute alla necessità di far decollare un nuovo e più disteso rapporto fra governo e Banca d’Italia? Speriamo.

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