[20/07/2009] Urbanistica

Il paesaggio nella percezione dei toscani

FIRENZE. Merita attenzione la ricerca della Regione Toscana su “i cittadini toscani, l’ambiente, il territorio”, condotta nello scorso aprile 2009 (una sintesi si può scaricare dal link in fondo al pezzo).
Quei 5000 toscani che abbiamo intervistato mediante un campione stratificato per genere, età, titolo di studio e residenza, dicono infatti - a saperle leggere - cose tutt’altro che ovvie. Qualche esempio. Il 37% dei nostri concittadini è “molto soddisfatto” del luogo in cui vive (cinque anni fa, ricerca Unicoop sul territorio) lo era solo il 14. Il 56% lo è “abbastanza” (cinque anni fa quell’«abbastanza» ammontava al 78%).
In una parola, la percezione del proprio luogo di residenza è vistosamente migliorata (trasmigrando dall’abbastanza al molto e confortata dai giudizi su traffico e rumore).

Ad un tempo, se decidessero di cambiare casa, i toscani andrebbero a vivere quasi tutti fuori città (il 23% in un paese, il 20 in periferia, ancora quasi il 20% in una casa isolata e, se oltre il 16% non cambierebbe casa, solo l’11,3% sceglierebbe un’area centrale e storica, mentre un 9,2 preferirebbe una frazione).

Come dire, stiamo bene dove stiamo, anzi molto bene, ma una diffusa “pulsione” extra o periurbana continua ad alimentare sogni, aspettative, ipotesi di investimento: motore di quello sprawl urbano e di quelle dinamiche territoriali spontanee e che il Pit impone di fermare a salvaguardia della “città policentrica” toscana.

Alla base di un simile e pervasivo “desiderio”, si badi, non vi sono sollecitazioni economiche o il bisogno di cogliere o creare nuove opportunità produttive, né il disagio urbano che la ricerca focalizza essenzialmente nell’area fiorentina ma proprio un giudizio positivo sullo stato del nostro paesaggio, sulle sue immagini più tradizionali e dunque sulla sua intrinseca appetibilità: che non a caso viene ritenuto “bello come sempre” dal 45% degli intervistati e addirittura migliorato negli ultimi anni dal 9% dei toscani (che è un’ottima valutazione complessiva anche sul governo del territorio in genere, con giudizi più che positivi sulle dotazioni di verde e spazi pubblici).

Tuttavia si avverte nei dati anche la voglia di “comprarsene un pezzetto”, di quel paesaggio. Di garantirsene una quota “in proprio”: per sé, la propria famiglia, i propri figli, nipoti e amici. Di qui, da un lato, il giudizio di quel 60% di toscani che vorrebbe che il paesaggio restasse così com’è (...perché magari quell’operazione acquisitiva l’ha già compiuta, in qualche modo o misura) e, dall’altro, quel 37,4% che condivide l’esigenza della tutela paesaggistica ma ritiene invece che essa sia del tutto compatibile con ulteriori interventi edilizi. Un 37% minoritario, dunque, ma molto pesante e ovunque diffuso. Se nella provincia di Firenze scema al 26, in quella di Massa e Carrara risale al 42; in quella di Siena al 44,5; in quella di Grosseto al 53,3; è il 49 in quella di Arezzo.

Come dire: in città non si sta male (persino le periferie sono ben viste) ma perché anch’io non dovrei “possedere” colline & cipressi: ...solo perché sono arrivato dopo? Di qui uno spiccato interesse per quel mercato di villette, condomini orizzontali, pratini frammentati e il proliferare di nuove e ulteriori sindromi conflittuali (...quando quel pezzetto di paesaggio sono riuscito finalmente a comperarmelo, vorrei escluderne ulteriori possibili beneficiari!).

Di qui anche gli orientamenti dei Toscani sulla relazione paesaggio-sviluppo: ...ferma la tutela come valore in sé (...quel paesaggio che vorremmo che nessuno “ci” sciupasse) essa diventa priorità primaria per il 60,6 %. Solo per il 33% è esigenza da conciliare con le innovazioni sociali. Innovazioni che vengono tuttavia avvertite come lontane o improbabili: meno del 30% dei toscani ritiene che nel proprio territorio vi siano soddisfacenti opportunità di lavoro e di fare impresa. Ma ciò non toglie che lo amino e apprezzino per quel che è, desiderando essi stessi e in profondità di essere parte del paesaggio toscano. Che significa, alla fine dei conti, non solo possederlo per sé ma anche trasformarlo in proprio.

Se questa lettura ha senso, potremmo chiamare la Toscana una regione “narcisa”: che ama rimirarsi, acquisirsi e in ciò appagarsi. Tutte cose più che comprensibili conoscendo i nostri paesaggi e la stessa attrattività che essi esercitano su antichi e nuovi ricchi in Italia e all’estero, o sui media pubblicitari di mezzo mondo.

Ma anche una regione che per lo stesso motivo deve rompere lo specchio senza sciupare il valore e la bellezza di quanto in esso si riflette. Perché il narcisismo è sinonimo di rendita, di stasi, di speculazione, di svillettamenti e alla fine di depauperamento di quello stesso paesaggio che amiamo e sentiamo come la nostra primaria identità. Ma che deve diventare, di contro, la leva e la misura del nostro futuro.

Per riuscirvi ha bisogno di una svolta culturale profonda: ove il valore pubblico del paesaggio trovi nuove strategie progettuali, dove lavoro e impresa ne siano i coerenti corollari, e dove un buon governo del territorio, non appagato dei propri piani ma intelligente promotore e gestore della qualità progettuale, modifichi una percezione familistica dei beni e dei valori estetici che lo compongono.

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