[06/07/2009] Comunicati

140 morti nel Xinjiang musulmano (e ricco di uranio) che si ribella al colonialismo cinese

LIVORNO. Mentre il presidente cinese Hu Jintao é in visita in Italia e si prepara a partecipare al vertice dei G8 dell’Aquila, la più turbolenta periferia del suo Paese è ancora una volta in fiamme, Stavolta a far saltare il coperchio della pentola a pressione del colonialismo cinese sono stati nuovamente gli uiguri musulmani della regione autonoma dello Xinjiang, che occupa praticamente il settore nord-occidentale Cina e che vogliono l’indipendenza di quello che loro chiamano Turkestan Orientaleo o Uyghurstan (Sherqiy Türkistan; Uyghuriye).

La repressione cinese dei disordini e degli assalti ai negozi e mezzi pubblici che ha causato la morte di 3 cinesi di etnia han è stata brutale, se le stesse fonti del governo di Pechino, attraverso il dipartimento regionale della sicurezza pubblica, ammettono una vera e propria strage: 129 morti e 816 feriti.

I disordinio sono iniziati domenica nella capitale dello Xinjiang Urumqui e sono il segnale clamoroso e sanguinoso di un crescente malcontento dei musulmani turcofoni che ormai sono in aperta ribellione verso quella che da sempre definiscono “l’invasione cinese”. Il fattore scatenante sembra essere stata la recente uccisione di due operai uiguri durante scontri con i lavoratori han in una fabbrica di giocattoli nella provincia del Guangdong, nel sud-est della Cina.

Il problema è che Pechino non può certo dare l’indipendenza o maggiore autonomia a una regione incastonata tra gli ex Paesi dell’Asia sovietica, la mongolia e il Tibet autonomista e che ha anche un breve tratto di confine con la Russia, ma che è soprattutto un forziere pieno di risorse petrolifere e minerarie e di uranio che alimentano la crescita cinese e che rappresenta una ricchissima fonte per le nuove energie, come il solare e l’eolico. Senza contare che è anche la regione dove Pechino ha fatto i suoi esperimenti nucleari e dove probabilmente scarica le scorie delle sue centrali atomiche lontano da sguardi indiscreti.

Il governo regionale filocinese ha reagito con estrema durezza ma non rivela il numero dei dimostranti che comunque sono stati brutalmente repressi armi in pugno dalla polizia ed arrestati in gran numero, nonostante tutto le stesse agenzie cinesi ammettono (a differenza di altre occasioni) la gravità degli episodi pubblicando foto di negozi saccheggiati e dati alle fiamme (ma non certo di manifestanti uccisi o scontri con le forze dell’ordine).

«La polizia ha arrestato centinaia di partecipanti – annuncia il dipartimento regionale della sicurezza pubblica – tra i quali più di 10 dei principali agitatori che hanno attizzato le violenze domenica»

Mentre scriviamo alcune strade di Urumqi che portano alle università di jiang e Ningxiawan ed alla periferia abitata dagli uiguiri sono ancora bloccate da barricate, come ammettono anche fonti cinesi, mentre la mattanza di indipendentisti ha liberato il centro cittadino e commerciale che ormai è saldamente in nani han.

«Le strade sono state pulite e la circolazione è ripresa – dice tranquillizzante l’agenzia Xinua – Degli operai della città spostano attualmente i veicoli danneggiati che ingombrano le strade. Però la maggior parte dei negozi situati nelle zone dove sono scoppiati i disordini sono chiusi lunedi mattina. La polizia armata pattuglia le strade che sono sempre sbarrate. Gli abitanti di Urumqi hanno detto che non si sentono al sicuro, benché l’ordine sia stato ristabilito».

Xinua, forse per un’ammissione non voluta, porta a 140 i morti che hanno affrontato i mitra della polizia «armati di coltelli, bastoni, mattoni e pietre, hanno invaso le strade verso 19 di domenica sera, vandalizzando veicoli ed edifici» come spiega il governo regionale autonomo che si è immediatamente schierato con Pechino.

E’ chiaro che la disperata invasione della periferia uigura nel centro della sua città occupata dagli han è un segnale molto pericoloso per “la società armoniosa” che vuole creare il Partito comunista cinese, anche perché gli uiguri, a differenza dei tibetani, hanno accanto Stati fratelli come il Turkmenistan, il Kazakistan, il Kirghizistan e il Tagikistan che pur trafficando lucrosamente con la Cina non possono certo abbandonare la solidarietà musulmana senza rafforzare l’opposizione interna. Da li probabilmente filtrano idee ed armi per gli indipendentisti.

Ma Pechino sa di aver a che fare con ossi molto più duri dei miti buddisti tibetani, sa che tra le fila di Al Qaeda, tra quelle dei talebani in Afghanistan e tra i prigionieri di Guantanamo gli Uiguri non mancano e vede con terrore l’infezione afghana tracimare verso le sue frontiere occidentali, a disturbare un colonialismo han che viene fatto passare per progresso. Una finzione bruciata nel fuoco e nel sangue delle vie di Urumqui.

Torna all'archivio