[02/07/2009] Comunicati

Gsott8 al via in Sardegna, Gubbiotti: «Necessario riaprire al vero multilateralismo»

LIVORNO. Ancora una volta le società civili del pianeta si apprestano a vivere giorni di importante e fertile confronto in quello che è stato chiamato Gsott8 e che animerà da oggi questo inizio di estate in Sardegna, una regione orfana del G8 ufficiale che il premier Berlusconi ha voluto spostare all’Aquila, dove si continuerà a vivere ancora a lungo nelle tendopoli ma dove non mancheranno occasioni di passerelle ufficiali come proprio questo G8 che in molti giurano sarà l’ultimo.

«Noi abbiamo cominciato a preparare il Gsott8 quando ancora si sapeva che la sede del G8 sarebbe stata la Maddalena – spiega Maurizio Gubbiotti, responsabile politiche internazionali di Legambiente, una delle associazioni organizzatrici del forum sardo dedicato alla società civile – L’obiettivo si inserisce nella scia del primo appuntamento di Genova e segue il filo degli slogan “loro 8 noi 6 miliardi”, oppure il “noi Gtutti” a Siracusa: inoltre in questo caso mettiamo l’accento forte su questo territorio come paradigma dell’insostenibilità del modello economico, una regione quella sarda che oltretutto come sappiamo è stata presa in giro dopo svariate luccicanti promesse e abbandonata di colpo per trasferire tutto il G8 in Abruzzo».

Nel Sulcis intanto, terra di miniere e di lavoro dove le risorse sono state risucchiate per anni in nome del progresso e dell’egemonia delle merci, si ritroveranno rappresentanti di indios e campesinos, di comunità africane e asiatiche.
«Esatto, perché qui nel Sulcis è particolarmente evidente l’insostenibilità del modello economico che ha caratterizzato gli ultimi decenni: qui sono state saccheggiate le risorse naturali per anni e da qui vogliamo ripartire con una riflessione sulla crisi ambientale e climatica da cui discendono tutte le altre crisi. La Sardegna e il Sulcis, affrontano oggi le conseguenze di dissennati prelievi di materia - prima fra tutte la desertificazione che sta investendo diverse zone dell’Italia - e poco importa se la conseguenza è diretta o indotta da un fenomeno agito in tutto il mondo. Le conseguenze dei mutamenti climatici sono evidenti e purtroppo fotografano bene quale sarà la tragica situazione fra qualche anno nei paesi dove ancora il prosciugamento delle risorse da parte dei grandi gruppi industriali mondiali prosegue senza ritegno.
Il Gsott8 quindi vuole inquadrare la crisi di civiltà facendone momenti di confronto e portando testimonianze internazionali di chi paga di più per queste scelte sbagliate. A latere dell’evento tanti spunti interessanti, come le visite guidate che proprio Legambiente ha organizzato all’interno delle ex miniere che rappresentano una ferita ancora fresca ed emblematica di questo modello produttivo».

Il Gsott8 sarà molto ‘materiale’ insomma. Finalmente quindi oltre ai flussi di energia, su cui si può e si deve fare ovviamente ancora moltissimo, si cominciano a prendere in considerazione anche i flussi di materia…
«E’ fondamentale occuparsi dei flussi di materia in primo luogo perché il pianeta e le sue risorse non sono infinite e quindi non si può governare bene senza tenere in considerazione il concetto di limite. In secondo luogo perché storicamente allo sfruttamento delle risorse naturali che il pianeta poteva darti si è accompagnato sempre allo sfruttamento delle persone, che talvolta si è trasformato in schiavitù. Come esempio basta pensare a un bene come l’acqua: per anni si è studiato su testi universitari che sostenevano l’inestinguibilità di questo bene: nel frattempo però le disponibilità idriche mondiali si sono ridotte di un terzo rispetto a qualche decina di anni fa».

Solo ignoranza o c’è qualcosa di più?
«Di certo c’è l’ignoranza del concetto di limite e della termodinamica in generale, ma soprattutto c’è stata e c’è tuttora la massima indifferenza per quello che sottraevi e per le conseguenze sociali successive: anche perché le popolazioni più sfruttate sono state anche quelle che hanno tratto minori vantaggi dal ‘progresso’, il caso emblematico è quello del Bangladesh».

In molti sostengono che il G8 dell’Aquila sarà l’ultimo.
«Noi non abbiamo mai contestato la legittimità di incontrarsi e discutere fra le ex 8 potenze mondiali, ma il problema vero è che questo non può e non dovrebbe essere il luogo dove si prendono decisioni per tutti e sulla testa di tutti. Che il futuro sia quello di un G20 lo considero in parte anche come una vittoria nostra che per anni abbiamo tentato di mettere in discussione le riunioni egemoniche degli 8 grandi, che finalmente oggi, si sono resi conto loro stessi del superamento di questo modello».

Nei giorni scorsi l’economista Moises Naim ha sostenuto che in attesa di un’auspicabile ma quasi impossibile governance mondiale, si dovrebbe svoltare verso il mini-lateralismo: sulle singole questioni globali dovrebbero discutere e decidere solo quei paesi che insieme rappresentano una larga maggioranza. Sul clima per esempio più che rincorrere un accordo globale come il Kyoto plus, dovrebbero decidere i 21 paesi che rappresentano l’85% delle emissioni mondiali.
«Io credo che noi non dobbiamo rassegnarci a una situazione dove gli accordi multilaterali sono disattesi e vanificati: vi è una necessità estrema di governance mondiale del tutto multilaterale. Premesso ciò qualsiasi cosa acceleri questo processo può essere importante ma non deve mai prendere la scorciatoia di impoverire la multilateralità. Oggi se sei in condizioni così drammatiche – ogni anno ci sono 6 milioni di profughi ambientali ma l’Onu dice anche che quelli che oggi sono a rischio di diventarlo sono 135 milioni e nel 2020 saranno 250 milioni - è proprio dovuto anche al fatto che le grandi potenze economiche hanno sempre più impoverito gli organismi multilaterali come l’Onu, cercando di utilizzarli a loro favore. Quindi è vero che sul clima se trovi l’accordo tra una ventina di Paesi puoi effettivamente cambiare le cose almeno nell’immediato, ma è fondamentale che ciò comunque avvenga nell’ambito di una governance globale – penso all’Onu quindi - dove tutti hanno diritto di parola. Solo così puoi ottenere risultati di ampio respiro, altrimenti impoverendo questo livello, tutto alla fine si esaurirà facilmente in politiche bilaterali ricchi/poveri.
Noi oggi quindi abbiamo la necessità di riaprire al vero multilateralismo, e per farlo abbiamo anche condizioni più favorevoli, grazie alla presidenza Obama, che rilancia molte speranze e che per esempio rilancia anche il protagonismo di Paesi finora nascosti, come quelli dell’America latina».

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