[30/06/2009] Comunicati

Sostenibilità e fede: dal Dio immanente alla divinità dei numeri?

FIRENZE. Siamo partiti ieri, nell’evidenziare i punti di contatto tra un approccio scientifico e uno maggiormente “fideistico” alla sostenibilità, da una parte del discorso con cui papa Benedetto XVI (31 maggio) introduceva nella letteratura dello sviluppo il concetto di «inquinamento morale», affiancandolo a quello «atmosferico». Partiamo oggi invece, per sottolineare quali punti di divergenza sussistano tra le due tipologie di approccio, dalla parte del discorso d’insediamento di Barack Obama, in cui il neo-presidente citava l’obiettivo di «ridare alla scienza la sua giusta collocazione», sfruttando «il sole e i venti e il terreno per rifornire di carburante le auto e alimentare le industrie», e trasformando «le scuole e le università per andare incontro alle richieste della nuova era» (20 gennaio 2009).

Ora, la compatibilità tra scienza e religione è questione un tantino complessa, e non è qui oggetto di trattazione: è comunque indubbio come, nella ancora incompleta capacità che la scienza sperimentale ha di descrivere la complessità dell’esistente, niente impedisce alla Fides di esprimere le sue ipotesi su cosa ci sia al di là di ciò che è finora stato illuminato dalla conoscenza: ad esempio, è indicativa la considerazione dell’astrofisico Piero Benvenuti che, nel sostenere la possibilità di un «fruttuoso dialogo tra scienza e fede» in apertura del forum Greenaccord, ha giustamente osservato che «nel Nulla non è detto ci sia il vuoto».

Ma, se ritorniamo alla questione relativa al rapporto tra scienza e fede non in senso generale, ma riguardo al perseguimento della sostenibilità, ecco che alcune fondamentali divergenze si innalzano in tutto il loro fragore. Nell’intervento di chiusura del forum Greenaccord, tenuto da Andrea Masullo (proprio quell’intervento citato ieri, larghe parti del quale indicavano un potenziale percorso di crescita dell’approccio dei credenti alle questioni ambientali) si sollecitava un approccio di matrice tecnica, che infatti abbiamo definito come “secolarizzato”, su cui poi ognuno (credente o meno) poteva innestare la sua visione dell’esistente.

In un’altra parte dell’intervento conclusivo, però, Masullo parla della necessità di «superare la frammentazione della conoscenza prodotta dal riduzionismo, che a sua volta ha prodotto la frattura fra uomo e ambiente, fra economia e biosfera». E qui, appunto, sta la fondamentale diversità nell’approccio “scientifico” e quello “fideistico” alla sostenibilità. Il riduzionismo, infatti, è un concetto piuttosto ampio e sul cui significato si può dibattere, ma è comunque ispirato ad una lettura puramente materiale dell’esistente, e quindi all’esclusione di ogni elemento soprannaturale, a cominciare dall’anima, e di ogni approccio decadente all’analisi di ciò che è, a favore dell’unica verità assoluta ammissibile da chi non è credente: e cioè i numeri.

Sono infatti i numeri il “Dio” della scienza, i numeri che la chimica e la fisica pongono come oggettivi di fronte alla soggettiva molteplicità del mondo. E i numeri, per loro natura, sono necessariamente tecnicistici, riduzionistici, “freddi”: ma sono esatti, e per credere nella loro esattezza non è necessaria la fede, ma è sufficiente lo studio.

E l’importanza dei numeri è ancora più evidente se analizziamo la storia stessa del rapporto tra uomo e ambiente, per esempio focalizzandosi sull’evoluzione che le “tematiche ambientali” stesse, e le politiche da esse ispirate, hanno subito dalla nascita dei primi movimenti ambientalisti moderni (dagli anni ’50 del secolo scorso in poi). Questa evoluzione è stata ispirata prettamente al superamento di una concezione decadente e per molti versi ideologica, molto radicata ancora oggi ma soprattutto imperante prima che si affacciasse (ad esempio con la costituzione del club di Roma – 1968) una nuova impostazione che poi ha condotto agli odierni temi della scienza della sostenibilità.

Al pari, l’evoluzione di cui sopra ha investito il tipo di approccio, il tipo di politiche poste come obiettivo, la stessa comunicazione ambientale: tutti ambiti in cui le sollecitazioni ad un ritorno all’Arcadia (tanto poetiche, ma anche tanto inutili per influire sul sistema produttivo e sulle scelte politiche) hanno lasciato il posto ad un percorso di quantificazione scientifica (“riduzionista”) dell’impatto dei sistemi umani sul capitale naturale, e in cui i moniti alle “buone pratiche” individuali sono stati progressivamente affiancati (e spesso sostituiti) da indicazioni motivate scientificamente per indirizzare l’attività dei decisori politici e quella del sistema produttivo stesso.

L’ “approccio alle tematiche ambientali”, in sintesi, con tutto il suo companatico di ideologie, di esortazioni ai buoni comportamenti e quindi alla sua intrinseca a-scientificità, si è evoluto in un “approccio alla sostenibilità” proprio grazie all’instaurarsi del dominio dei numeri. E chiunque punti ad una sempre maggiore integrazione tra “ambiente”, “economia”, “politica” e “società” sa che l’unica strada è quella indicata da Barack Obama, e cioè il recupero della centralità della scienza.

Ecco che, quindi, è proprio il tecnicismo riduzionista che, fino a pochi anni fa, mancava per una crescita dell’analisi della sostenibilità: riduzionista è l’analisi dei flussi di energia e materia che costituiscono il metabolismo economico, riduzionista è il monitoraggio del consumo di suolo, riduzionista è la quantificazione del ruolo delle emissioni umane nel surriscaldamento globale. E in questo sta la divergenza fondamentale tra l’approccio che secondo noi è più utile da adottare, e quello proposto nei giorni del forum Greenccord. Non a caso, ieri abbiamo citato come positivo elemento di convergenza proprio quella che abbiamo definito come “secolarizzazione” del criterio di analisi dell’esistente che ci sembrava l’obiettivo centrale del simposio tenutosi a Pistoia.

E’ comunque ovvio che non ha senso chiedere alla fede di rinunciare alla sua ricerca della trascendenza. E d’altro canto l’osanna che qui è stato fatto al riduzionismo non vuole ignorare l’importanza di un contrasto ad esso che la mente umana deve fare, talvolta, per la propria salute: non di solo pane si vive e, sia pure nelle mille critiche che si possono fare alla politica della Chiesa, è per certi versi utile (per la mente e per la società umana) il suo costante richiamo alla spiritualità e la sua costante critica ai modelli produttivi e di consumo imperanti.

Ma qui non si parla di società, ma di sostenibilità. E, se l’obiettivo che poniamo per il futuro è una sempre più oggettiva quantificazione di ciò che avviene all’interfaccia tra i sistemi naturali e le attività umane, a scapito di quella concezione decadente (che tante coscienze ha illuso, ma che poco ha influito sui processi reali) tipica dell’ambientalismo “tradizionale”, ecco che l’unica panacea diventa la scienza, con i suoi numeri rigidi, algidi, disumani e riduzionistici, ma oggettivi.

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