[30/06/2009] Monitor di Enrico Falqui

La Torre civica di Firenze (3)

FIRENZE. A conferma di questa tesi giunge il recente Rapporto dell’Agenzia europea dell’Ambiente” rapporto intermedio Murbandy/Molan,2008”, che documenta le principali modificazioni spaziali avvenuti in 25 grandi aree metropolitane europee negli ultimi 20 anni.
I risultati, anche se ancora non definitivi, mostrano lo straordinario cambiamento intervenuto in tutte le aree metropolitane europee, per quanto riguarda i fenomeni di aggregazione insediativi, economica e sociale, la crescita vertiginosa dell’ipermobilità basata sull’uso di veicoli privati, la nascita di nuovi ipercentri periferici alle “inner cities”.

Nelle principali aree metropolitane del Nord e del Centro d’Italia, la forma emergente è una sorta di reticolo con filamenti che assomigliano ai rizomi delle piante che non derivano dai grandi centri urbani, ma hanno invece una natura endogena che si evolve in direzioni diverse.
In altre parole, si è passati da uno sviluppo metropolitano di tipo radiale a un modello di conurbazione estesa e policentrica, che coinvolge anche gli interstizi del sistema rurale, attraversato da nuove reti infrastrutturali e da nuovi assi stradali di comunicazione.

Françoise Choay, nel suo ultimo saggio sul destino della città, attribuisce proprio a questo “sistema di grandi reti standardizzate di infrastrutture”la responsabilità di avere trasformato la nostra relazione ancestrale con lo spazio naturale come con lo spazio antropizzato”, permettendo in questo modo che “..il progetto umano dell’insediamento spaziale non sia più costretto ad inserirsi, integrarsi e collocarsi in un contesto locale, naturale e culturale;gli basta connettersi al sistema delle reti”.
La sapiente lettura morfologica della città contemporanea, serve a Françoise Choay per arrivare alla conclusione che “la tecnicizzazione e la strumentalizzazione dello spazio” nelle conurbazioni metropolitane europee, hanno portato all’esaurimento di ogni contrapposizione duale sui modelli di sviluppo delle nostre città e alla realizzazione di uno spazio unico, ovverosia di un non-luogo”.

In accordo con questa lettura della città contemporanea, possiamo osservare che oggi il” progetto di città”, anche se scaturito da una coerente visione dello sviluppo, non realizza più quell’Utopia urbana “autentica”, così come la definì William Morris e il suo movimento “culturalista”,(12) ma viene addomesticato dalla disponibilità di uno spazio unico e indifferenziato, in gran parte estraneo agli stessi abitanti di quei luoghi metropolitani.

Il dilemma che abbiamo davanti a noi è se la città contemporanea sia irreversibilmente “destinata” a scenari urbani nei quali sia impossibile attribuire un’identità differenziata ai luoghi, e con i quali gli abitanti futuri di queste città dovranno abituarsi a convivere, oppure invece se esiste un altro modello identitario di luoghi urbani, se esiste un’altra “utopia urbana” che valga la pena progettare e conservare per le future generazioni.

(continua - 3)

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