[22/06/2009] Parchi

La legge sui parchi toscani tra luci e ombre

PISA. Il dibattito sulla legge toscana riguardante i parchi procede a singhiozzo così a lunghe pause (di riflessione?) seguono sortite non sempre al meglio. E’ accaduto di nuovo e questa volta è stata l’associazione degli agricoltori ad accendere le polveri con un lapidario: «la montagna ha partorito il topolino». Va detto subito che gli addebiti sanno spesso di vecchio e concedono troppo a vulgate di moda fasulle. Vecchia l’accusa che bisogna uscire dalla logica del ‘Bunker’. Di cosa si sta parlando e di quali parchi? San Rossore che festeggia i 30 anni e il parco della Maremma che l’anno prossimo ne compirà 35 da quale bunker devono ancora uscire? E quanto agli organi ridondanti con ‘laute indennità’ c’è da chiedersi se si ha idea di come stanno veramente le cose e non solo per i parchi regionali, e loro piante organiche etc. Parlarne cifre alla mano non sarebbe male.

Quello che non appare ancora chiaro – ma questo riguarda principalmente la responsabilità della regione, delle province e dei comuni - è che stiamo discutendo del ruolo dei parchi sia regionali che nazionali ma anche di quelli provinciali, delle ANPIL e dei siti comunitari nel lambito della programmazione regionale ossia del governo del territorio. Non stiamo discutendo -come si tende ad accreditare da parte di Calderoli ed altri finti federalisti- di quanta roba tagliare, abrogare ma di come ridefinire finalmente funzioni nazionali, regionali e locali che passano a loro volta da momenti qualificanti specializzati di programmazione dai bacini ai parchi. Un contesto in cui oggi regna la massima confusione accresciuta dai colpi assestati alla legge 183 e alla legge 394 con il nuovo codice dei beni culturali che hanno portato il bacino dell’Arno a doversi occupare di territori dalle Marche all’Umbria ( impresa da veri esploratori) mentre Calderoli vuole sopprimere i parchi regionali.

Se non si parte da qui, dal fatto che in Toscana ora abbiamo 38 aree paesaggistiche che non è chiaro come dovranno e potranno raccordarsi al sistema regionale dei parchi e delle aree protette che sul paesaggio e non da ora hanno qualcosa da dire.

E siamo così al ‘sistema regionale’ che sarà tale innanzitutto se riuscirà a mettere in rete –come si dice- tutte le aree protette a partire dai parchi nazionali e regionali. Ecco un primo aspetto che la legge non affronta chiaramente tanto che non è previsto alcun un tavolo regionale istituzionale ( quello tecnico è un’altra cosa) dove operare questa integrazione regionale che non può escludere i parchi nazionali me neppure i siti comunitari ( vista peraltro la nostra carenza in quelli marini) di cui non mi pare si faccia parola nella legge a differenza di quanto ha fatto il Piemonte con il suo Nuovo testo unico approvato pochi giorni fa o sta facendo la regione Emilia.

E qui il ‘sistema regionale’ presenta subito un altro profilo che è quello interregionale e quindi nazionale. Un profilo finora trascurato non tanto in rapporto ai due parchi nazionali interregionali ma agli aspetti relativi – tanto per fare un esempio - alla Liguria con il Magra (ma anche per il Santuario dei cetacei) ma anche con le Marche dove al confine con la Toscana opera un parco regionale.

La proposta di legge si muove nella direzione giusta per quanto riguarda il ruolo delle province e dei parchi provinciali ed anche delle ANPIL che non possono costituire più delle occasioni per interventi fasulli come quello della Val d’Orcia. Devono semmai favorire la istituzione di nuove aree protette di interesse non solo ‘locale’.

Ma un sistema di questo genere richiede una gestione ‘cooperativa’ a livello regionale e tra più regioni capace di far svolgere al ‘sistema’ un ruolo non ancellare e marginale rispetto alla biodiversità ma anche al paesaggio o all’agricoltura il cui pilastro relativo alla ruralità senza parchi e aree protette è destinato a fallire o a segnare il passo come avviene tutt’ora.
Da questo punto di vista a preoccupare non sono tanto le sortite un po’ fuori dalle righe o troppo vaghe degli agricoltori, quanto i silenzi di troppe istituzioni ed anche di soggetti regionali. Difficile capire cosa rende così complicato e difficile il parto della legge, certo è che la clandestinità e i troppi silenzi non aiutano la sala operatoria. Anzi appaiono tanto più sconcertanti in presenza di un contesto nazionale assolutamente allarmante.

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