[19/06/2009] Parchi

Foca monaca: un nuovo ´santuario´ nelle Hawaii. Da noi qualcuno si ricorda di Pelagos?

LIVORNO. Mentre nella nostra isola del Giglio si discute ancora sull’avvistamento di una foca monaca con il terrore che questo possa portare alla conclusione dell’iter per l’istituzione dell’Area marina protetta dell’Arcipelago toscano, dall’altra parte del mondo, in un altro arcipelago considerato un paradiso turistico, si sta pensando a salvaguardare le foche monache. Dopo numerose petizioni di associazioni ambientaliste, si è deciso di realizzare per la foca monaca delle Hawaii (Monachus schauinslandi, nella foto) nuove “critical habitat areas” per salvaguardare la popolazione di questi pinnipedi in rapida estinzione. Le “critical habitat areas” sono più o meno come le zone “B” delle nostre aree marine protette, dove non è vietata la balneazione o la piccola pesca costiera, ma dove vengono vietate dal governo federale Usa alcune attività come i dragaggi o la realizzazione di grandi infrastrutture costiere.

Si tratta della prima revisione ed estensione delle “critical habitat areas” da 21 anni a questa parte, e questo porterà alla creazione di un vero e proprio santuario, o “New Havens for the Hawaiian Monk Seal” come lo hanno subito chiamato gli americani, non solo nelle coste disabitate delle isole a nord-ovest dell’arcipelago, ma esteso anche a zone protette che comprendono le spiagge e le acque delle isole principali. La foca monaca delle Hawaii è in grave pericolo, ma sta meglio di quella del Mediterraneo (Monachus monachus): nello Stato insulare americano sopravvivono circa 1.200 esemplari, nell’intero Mediterraneo e sulle coste di Marocco e Mauritani si pensa siano rimasti tra i 350 e 450 di questi mammiferi marini.

La Monachus schauinslandi nelle Hawaii affronta anche una nuova minaccia che non colpisce ancora così duramente la sua cugina mediterranea: l’innalzamento del livello dell’Oceano Pacifico che sta allagando le spiagge sulle quali si riproduce. Per il resto le minacce sono le stesse: morte per intrappolamento negli strumenti da pesca (spesso persi o abbandonati) e diminuzione delle prede a causa di sovra-pesca ed inquinamento.

A causa di questo e del disturbo e dei pericoli portati dalla navigazione sottocosta in tutte le Hawaii sopravvive fino all’età adulta solo il 20% dei cuccioli di foca. Quindi l’ampliamento delle “critical habitat areas” è diventato di vitale importanza per garantire a questa specie una maggiore protezione di quel che resta del suo areale di distribuzione. Le nuove aree marine protette lungo le coste delle isole principali svolgeranno un ruolo essenziale, visto che le popolazioni di foca monaca è in condizioni migliori in queste zone “turistiche” rispetto a quella delle isole disabitate del nord-ovest, ma al momento non beneficiano di tutela del loro habitat e la loro diminuzione si sta facendo rapidamente preoccupante.

Le “critical habitat areas” sono in via di definizione, ma il “santuario” che ne verrà fuori si spera che fornisca la salvezza alla foca monaca hawaiana, contribuendo ad invertire il suo allarmante declino verso l´estinzione. Come non vedere la differenza con la situazione italiana, dove un santuario internazionale dei mammiferi marini (quindi anche delle foche) teoricamente esiste già: Pelagos che comprende anche l’intero Arcipelago toscano, dove però l’apparizione di una foca monaca vagabonda (completamente ignorata dal misterioso "Comitato di pilotaggio" del Santuario), invece che gioia e speranza, suscita sospetti e paure che alla fine il nostro mare sia davvero protetto, magari come fanno nelle ricchissime Hawaii, con un occhio rivolto alla conservazione di questi animali simbolo della biodiversità e l’altro al turismo e allo sviluppo sostenibile.

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