[16/06/2009] Parchi

Toscana: incendiari, incendi e militarizzazione del bosco

FIRENZE. E’ iniziata in anticipo la “stagione degli incendi” nella campagne toscane e, come sempre avviene, le alture della provincia di Lucca sono tra le più colpite. Dopo un inverno-primavera tra i più piovosi di sempre, infatti, il passato mese di maggio è stato, secondo il Cnr, «il maggio più secco degli ultimi due secoli in Italia, e il terzo per temperature». E la nutrita schiera di piromani che abitano le zone tra la Versilia e le Apuane non ha perso l’occasione per iniziare l’annuale, sistematica opera di devastazione delle colline con un notevole anticipo.

Greenreport ha già dato ieri notizia dell’attivazione, un mese prima rispetto agli anni passati, del Centro operativo provinciale (Cop) per l’azione di contrasto degli incendi boschivi nella provincia di Lucca, che resterà attivo fino al 15 settembre prossimo. Particolarmente indicativi appaiono i dati incrociati tra numero di eventi incendiari e estensione dell’area bruciata: 179 incendi e 351 Ha danneggiati nel 2006, 161 eventi e 524 Ha nel 2007, 150 incendi per 577 Ha nel 2008.

Facendo un rapido calcolo, si può notare che nel 2006 ogni incendio nel Lucchese ha bruciato in media 1,96 ettari di territorio (circa 4 campi da calcio), valore che è salito nel 2007 a 3,25 Ha bruciati/evento e a 3,84 nel 2008.

Al netto di altri fattori contingenti (es. l’aumentato controllo del territorio può avere diminuito il numero di eventi, e le poche precipitazioni degli anni passati – prima del clamorosamente piovoso inverno 2008-09 - hanno causato una maggiore infiammabilità del sottobosco), è evidente che l’attività dei piromani sta diventando sempre più sistematica, in un certo senso “scientifica”: meno incendi e più ettari bruciati significano una maggiore attenzione sia ad evitare di incappare nei controlli, sia soprattutto un maggiore scrupolo nella scelta di dove appiccare il fuoco e nel calcolarne le possibilità di espansione.

Lo dimostra anche quanto affermato dal sindaco di Camaiore (Lu), Gianfranco Bertola (centrodestra), in una lettera inviata al prefetto di Lucca, riportata oggi sulle pagine locali de “La Nazione”: Bertola, nel descrivere il grado di perversione di quelle che definisce «menti malate» (che poi, va ricordato, non sempre di “menti malate” si tratta ma spesso invece di sicari inviati da chi ha interessi nella speculazione o comunque nella politica territoriale), cita una tecnica incendiaria che si sta diffondendo sempre più in questi anni: appiccare il fuoco «vicino anche a tralicci dell’alta tensione, in maniera tale che non possano intervenire gli elicotteri che rischierebbero di precipitare per il fortissimo campo magnetico».

E, al di là del restare stupefatti, davanti a tecniche così “raffinate”, di come la mente umana, quando punta alla distruzione del territorio, riesca a raggiungere livelli di efficacia impensabili rispetto a quando invece si tratta di migliorarlo, desta particolare interesse la richiesta che lo stesso Bertola ha avanzato per contrastare il fenomeno, davanti ai 14 incendi («tredici dei quali sicuramente dolosi») che quest’anno hanno già colpito il comune da lui amministrato.

La richiesta del sindaco investe l’utilizzo dell’esercito, per svolgere controlli mirati nel territorio del comune. E non si tratta di una novità assoluta: già negli anni ’90 all’isola d’Elba fu sperimentato l’appoggio della brigata Folgore per il pattugliamento dei sentieri montani dell’isola, in luoghi solitamente non coperti dalle normali attività di controllo del territorio che si svolgevano su fuoristrada o da punti fissi di sorveglianza. L’esperienza venne poi accantonata a causa di incomprensioni tra gli amministratori e a causa della poca disponibilità a mettere a disposizione strutture appropriate. Anche in Svizzera (zona di Berna, 2003) reparti militari hanno appoggiato strutture civili, anche se prevalentemente l’apporto si limitò alla logistica dello spegnimento degli incendi, più che al controllo preventivo.

Ora, al di là dei dubbi sull’utilizzo di reparti specializzati nelle operazioni belliche avanzate come la Folgore e non di altre professionalità dell´esercito, occorre capire se l’idea può avere un senso. Certo, è evidente che con la presenza di militari armati sul territorio gli incendi (e non solo: si pensi all’abusivismo edilizio, al bracconaggio, alle devastanti scorribande di motociclette da cross che spesso si svolgono nelle colline toscane) subirebbero una forte limitazione. L’azione dei criminali incendiari, infatti, è facilitata dalla cronica carenza di personale civile, ed è evidente che, sia per motivi quantitativi sia per la deterrenza psicologica rappresentata dalla presenza dei militari, l’effetto di una diminuizione degli atti criminali sarebbe pressoché indubbio, e quanto avvenne all’Elba nell’ultimo decennio del secolo scorso lo conferma.

Ma si tratterebbe anche di una strategia molto invasiva: la militarizzazione del bosco, così come la militarizzazione delle città attualmente in via di sperimentazione in alcuni comuni italiani in seguito a disposizioni del governo nazionale, è da considerarsi un’ extrema ratio, non certo la panacea per il controllo del territorio: altrimenti, visto che l’emergenza sicurezza (percepita, o reale) è diventata una delle priorità nel Belpaese, non si vede perchè la ricetta basata sul “chiamo l’esercito” non dovrebbe essere praticata anche in quei comuni toscani (come Firenze) che per ora hanno rinunciato a usufruire dei militari “offerti” dal Governo.

Certo, non c’è paragone tra l’invasività della presenza di divise e armi militari nei centri urbani, e quella, ben minore, che si avrebbe nelle campagne e nei boschi. Ma si ha l’impressione che una scelta di questo tipo avrebbe, oltre all’effetto di scoraggiare gli incendiari, anche quello di deprimere la volontà di una frequentazione del bosco da parte di una notevole fetta di popolazione, con la conseguente assenza di quei benefici psico-fisici e di quel valore educativo dati dalla frequentazione delle aree naturali e semi-naturali che studi condotti da varie università italiane hanno oramai appurato.

Questa avversione di una parte (non ridotta) della popolazione verso la presenza dei militari è causata da motivi ideologici? Forse. Ma è sicuramente forte il radicamento di essa, specialmente in territori come quello toscano. Una ricetta che lascia molte perplessità, quindi, e viene da chiedersi anche perchè, se esistono risorse economiche aggiuntive da utilizzare per l’intervento dell’esercito, esse non possano essere stornate verso le forze civili. Ma intanto il bosco, da Camaiore all’appennino Lucano e dalle Alpi alla Sardegna, continua a bruciare, e il proseguire del cambiamento climatico e l’aumentare delle pressioni sul territorio non potranno che peggiorare la situazione.

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