[16/06/2009] Comunicati

Ambiente ed elezioni

PISA. Molti hanno osservato criticamente che le questioni ambientali non hanno avuto nelle recenti campagne elettorali – amministrative ed europee - il rilievo che ci si sarebbe potuti aspettare. Eppure almeno a livello locale e non solo in Toscana da tempo le polemiche non sono mancate sui più vari aspetti; paesaggio, aree protette, cementificazione, energie rinnovabili etc. Anche l’Europa - e non solo da noi - ha fatto quasi scena muta eppure non possiamo dimenticare che proprio in campo ambientale l’Unione ha svolto e svolge un ruolo molto importante con ricadute non solo nazionali ma anche locali. In alcuni paesi stando al risultato elettorale non è stato così il che induce a chiederci come mai da noi su questioni tanto importanti è praticamente calata la tela. E siccome si è tornati a parlare di necessità e urgenza di radicare sempre più la politica nel territorio è chiaro che poche questioni come quelle ambientali sono per loro natura strettamente connesse alla dimensione locale anzi ‘glocale’. La novità, infatti, è proprio questa che anche la dimensione locale se non riesce a entrare in rapporto con i nuovi processi comunitari e internazionali è destinata a restare tagliata fuori.

D’altronde vorrà pur dire qualcosa il fatto che oggi gran parte della legislazione e normativa ambientale dipende e deriva da quella comunitaria. Stare dunque in Europa non risponde soltanto ad una esigenza politica e culturale ma anche alla necessità di concorrere direttamente a quelle scelte che poi ci condizionano. Insomma non è lusso ma una molto concreta opportunità e necessità troppo spesso però snobbata.

Detto questo va però aggiunto subito che oggi non basta prestare maggiore attenzione a quei temi che la campagna elettorale ha largamente ignorato. Quello che oggi fatica ad emergere, infatti, è che il complesso di quei temi ambientali che per molti profili stiamo discutendo da tempo anche in Toscana, non sono più in alcun modo separabili dalle politiche economico-sociali. Su questa novità che la crisi economico-finanziaria ha fatto emergere come mai era avvenuto prima il vecchio pesa ancora e non poco. E pesa nel senso che le politiche ambientali continuano in larga misura ad essere presentate e concepite come un comparto a se. Se pensiamo che anche una legge importante come quella sui parchi stabilisce che il parco deve fare due piani; uno ambientale e uno socio-economico abbiamo la conferma di questa separazione. Che ha avuto sicuramente le sue giustificazioni allora ma che ora mostra chiaramente la corda. Se tu oggi vuoi tutelare il paesaggio agrario, la biodiversità terrestre o marina non puoi fare a meno di mettere a punto interventi di politica agraria, della pesca che puntino su certe produzioni e non altre, non puoi ignorare i consumi dell’acqua e quindi gestire anche i bacini idrografici e i fiumi in un certo modo. Se vuoi puntare sulle energie rinnovabili devi tener conto degli effetti ‘collaterali’ sul paesaggio, sul tipo di produzioni agricole e così via. O fai come Italia nostra e dici no ovunque e comunque alle pale eoliche o devi ricercare soluzioni di ’compatibili’ possibili solo nell’ambito di scelte non ‘separate’ con un ‘prima’ ambientale e un ‘poi’ economico

Ma è proprio qui che oggi casca l’asino delle politiche ambientali. E anche quando all’interno dei partiti –o almeno di alcuni- l’ambiente è affidato appunto agli ‘ambientalisti’ non si fa che confermare questa divisione.

E se andassimo a vedere concretamente cosa essa ha prodotto non faticheremmo ad accorgersi –vedi anche gli appositi spazi sui siti- che i risultati sono davvero sconfortanti.

E lo sono innanzitutto per una ragione semplice ma ancora fortemente sottovalutata anche da chi si richiama ad un ambientalismo del ‘fare’ e cioè che questa ‘ricomposizione’ delle politiche richiede serie politiche di governo del territorio incentrate su strumenti di pianificazione e programmazione che sono praticamente usciti di scena o perché ‘affondati’; vedi legge sui bacini ma anche la 394 e l’accantonamento di qualsiasi seria riforma urbanistica. L’effetto più evidente di questo smantellamento lo si può chiaramente verificare nella confusione che regna sulle funzioni dei vari livelli istituzionali dalla stato alle regioni agli enti locali. Tanto più sconcertante nel momento in cui si discute di federalismo che per ora ha prodotto solo ‘porcate’ alla Calderoli; vedi la proposta contenuta nella bozza del nuovo codice delle autonomie che prevede la ‘soppressione’ dei parchi regionali in barba alle competenze delle regioni.

E visto che si è accennato al voto europeo e alle competenze comunitarie come possiamo dimenticare che specie in alcune aree del paese non riusciamo neppure a ben utilizzare le risorse dei Fondi strutturali perché il ‘sistema’ istituzionale non riesce a cooperare adeguatamente per mettere a punto progetti seri e cantierabili specialmente in campo ambientale.

Visti i richiami così insistenti al limite della noia sulla necessità di rifarci ai territori non sarebbe il caso di cominciare e vedere ‘concretamente’ cosa dobbiamo e possiamo ‘fare’ davvero. Finora salvo qualche annuncio più propagandistico che altro io non ho visto circolare proposte, iniziative in grado di aprire in parlamento, nelle regioni, con il governo e gli enti locali un confronto vero, su proposte e idee sulle quali sia possibile confrontarsi e misurarsi.

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