[16/06/2009] Comunicati

Dagli Usa aiuti alla Cina per il “New Climate Deal”

LIVORNO. Dopo il suo recente viaggio in Cina e la chiusura (non proprio esaltante) dei Climate change talks di Bonn, l’inviato speciale di Obama per il cambiamento climatico, Todd Stern, ha detto che non c’é «alcun dubbio» che la Cina riceverà dagli Usa assistenza finanziaria e tecnologica: «Questo è un problema dei Paesi in via di sviluppo, che includono la Cina. Credo che non vi sia il dubbio che in un accordo a Copenaghen si debbano includere i meccanismi per fornire i flussi finanziari e l’assistenza tecnologica per Paesi in via di sviluppo».

Peccato che lo stallo di Bonn sia stato determinato non tanto dal “se” ma dal come, quanto e quando arriveranno finanziamenti e tecnologia pulita. La Cina in crescita rapida e considerata Paese emergente, rimane ben aggrappata alla definizione di Paese in via di sviluppo, sia perché questo gli permette dio manovrare rispetto ai vincoli che hanno I Paesi sviluppati con il Protocollo di Kyoto, sia perché così, nonostante si sia rapidamente trasformate nel più grande inquinatore del pianeta, può continuare a condurre I Paesi poveri e a chiedere che i ricchi espiino le loro colpe storiche con una riduzione delle emissioni di gas serra del 40%.

«Ho detto in numerose occasioni che a questo punto la Cina sta decisamente diventando in effetti da Paese in via di sviluppo un Paese sviluppato. E’ sviluppato in alcune delle sue maggiori città, Pechino e Shanghai, ma è ancora in via di sviluppo ed abbastanza povera in gran parte delle sue campagne». Comunque, indipendentemente dalle definizioni, gli Usa sono ormai legati economicamente a doppio filo al destino della Repubblica popolare Cinese e non possono permettersi di non aiutarla a raggiungere gli obiettivi di riduzione della CO2 che verranno approvati a Copenhagen. Secondo Stern l’assistenza Americana alla Cina deve «puntare sulla mitigazione dei mezzi di produzione delle sue emissioni di Co2, per metterla sulla strada del low carbon, e sull’adattamento, che ha a che vedere con la gestione degli effetti del cambiamento climatico che sono già avvenuti. Si, avremo bisogno di questi meccanismi di assistenza».

Probabilmente prima di Copenhagen Cina ed Usa discuteranno tra loro di questo e per farlo avranno bisogno di risolvere molti problemi bilaterali, una discussione tra le due maggiori potenze economiche planetarie ed i due maggiori produttori di gas serra del mondo che rischia di tagliare fuori tutti gli altri con un patto a due che segnerebbe profondamente il “New Climate Deal” prossimo venturo.

Lo stesso Todd Stern conferma alla Cbs che «Ci sono tutta una serie di questioni che sono importanti, un problema importante è quello riguardante come strutturare il meccanismo di finanziamento: ali istituzioni utilizzare, quali governi, da dove arriveranno i fondi, sia che si tratti di mercati pubblici o privati. Tutte queste cose sono in discussione».

Nella sua bozza di proposta per arrivare ad un accordo a Copenaghen, il Dipartimento di Stato Usa ha introdotto un nuovo criterio che riflette un punto di vista caro alla Cina: «Per quanto riguarda i Paesi in via di sviluppo le Parti devono mostrare maggiore responsabilità e capacità», la porta aperta alla “responsabilità comune ma differenziata” e che questi “special countries” prima di aderire ai vincoli di un Protocollo globale devono attuare e sviluppare propri distinti piani nazionali di riduzione dei gas serra.

C’è da dire che questo accordo di fondo che si intravede dai risultati dei negoziati pechinesi di Stern non si è visto a Bonn, dove i tre più grandi produttori di gas serra, Cina ed India da una parte ed Usa dall’altra, se le sono metaforicamente date di santa ragione, con il Dipartimento di Stato americano che sostiene che l’accordo di Copenhagen dovrà tener comunque di conto dell’enorme contributo di emissioni che arriva dai due giganti asiatici e quest’ultimi che chiedono ai ricchi di tagliare le loro emissioni del 40% entro il 2020 e di trasferire le nuove tecnologie ai Paesi in via di sviluppo senza opporre tanti problemi di brevetti e proprietà intellettuale.

Nonostante tutto Stern è fiducioso ed assicura che la Cina è consapevole che non si potrà davvero affrontare il cambiamento climatico senza una sua partecipazione e che India e Cina sono ormai convinte di far parte della “special category of polluters”.

«La cruda verità , però – dice Stern - . è che il mondo non può contenere il cambiamento climatico, non possiamo evitare pericolosi livelli di concentrazioni di gas serra in atmosfera, senza un grande e significativo sforzo da parte della Cina. Abbiamo parlato molto apertamente e con franchezza e di una azione dettagliata che deve essere fatta anticipatamente da entrambi per un esito positivo a Copenaghen».

Gli americani sembrano voler lasciare la porta spalancata alla Cina in cambio di una loro graduale uscita dalle sabbie mobili nelle quali le aveva cacciati il kyoto-scetticismo di Bush: «Ci aspettiamo la Cina riduca di molto le sue emissioni rispetto a quello a che attualmente sembra disposta a fare – ha concluso Stern – Non si tratta di una riduzione assoluta rispetto agli attuali livelli, perché non sono ancora a quel punto (delle emissioni procapite dei Paesi sviluppati ndr). Rispetto a questo i Paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo sono differenti».

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