[11/06/2009] Energia

De Vita (Unione petrolifera!): uscire da dipendenza fonti fossili

LIVORNO. La relazione annuale dell’Unione petrolifera presentata ieri mostra in maniera molto esplicita che il nostro paese e l’Europa tutta si trovano ad un bivio: scegliere di essere sempre più dipendenti dalla fonti fossili con quanto ne consegue in termini di rapporti geopolitici oppure investire per uscire da questo nodo gordiano, come l’amministrazione Obama ha mostrato intenzione di voler fare per quanto riguarda gli Usa.
Le preoccupazioni espresse dal presidente dell’Up, Pasquale De Vita, nell’illustrare la relazione sono in questo senso molto esplicite: «è ormai un dato di fatto che una delle nostre principali debolezze sia l’elevato grado di dipendenza dall’estero per l’approvvigionamento energetico che nel 2008 si è leggermente ridotto solo per la contrazione dei consumi».

Nonostante il calo della domanda petrolifera, già evidenziato dalla Aie, e nonostante l’ottimismo del presidente De Vita sulle quantità disponibili della risorsa, lui stesso ammette che «per il solo mantenimento dell’attuale produzione di petrolio convenzionale e coprire il declino dei campi maturi, entro il 2030 sarà necessario attivare nuova capacità per 45 milioni barili/giorno, ossia più di cinque volte la produzione dell’Arabia Saudita».

E il problema sta nella possibilità di accedere alle riserve «con i costi di estrazione più bassi in assoluto e qualità migliore, cioè quelle mediorientali. Nonostante l’indubbio vantaggio dal lato dei costi, solo il 2% dei pozzi attivi sono concentrati in Medio Oriente: i primi dieci garantiscono il 20% della produzione totale; i primi venti il 25%; il solo giacimento saudita Ghawar il 7%».

Quindi le risorse ci sarebbero, ma sono concentrate «in poche aree geografiche sempre più limitate» e la stessa cosa vale per la raffinazione: «l’espansione programmata nella capacità di raffinazione al 2013 - dice De Vita - prevede l’aggiunta di circa 10 milioni barili/giorno e, complessivamente, nel prossimo decennio la stima è di un incremento di circa 21 milioni barili/giorno. Il 40% di questa nuova capacità sarà concentrata nei paesi asiatici ed in particolare in Cina dove ne sarà realizzata circa la metà. Nel 1980 l’Europa e gli Stati Uniti coprivano il 70% della capacità di raffinazione totale; nel 2007 tale quota è scesa a poco meno del 50% e nel 2013 sarà del 48%. Alla stessa data oltre il 30% sarà localizzata nella regione dell’Asia-Pacifico».

E inoltre, ricorda sempre De Vita «Negli ultimi cinque mesi Pechino ha firmato accordi valutari a sfondo energetico con sette paesi per circa 95 miliardi di dollari, di cui più della metà con Russia, Kazakistan, Brasile e Venezuela. Prestiti in cambio di petrolio. La Russia non si limita più a parlare di Opec del gas, ma anche della possibilità di aderire all’Opec stessa insieme al Brasile che si presenta come un nuovo Eldorado petrolifero».

Quindi conclude De Vita «se così fosse, si avrebbe un reale cartello in grado di controllare oltre il 50% della produzione mondiale e l’85% delle riserve conosciute».
E noi assieme al resto d’Europa rimarremmo schiacciati.

A fronte di questo scenario De Vita riconosce che «L’idea di pensare ad un nuovo modello di sviluppo energetico post-crisi rappresenta dunque la vera sfida non solo per i governi, ma anche per l’industria petrolifera».

Il fatto è che un nuovo modello energetico dovrebbe essere pensato non post-crisi ma come strumento utile per superare la crisi e impostare così, a partire dal modello energetico, un nuovo modello economico basato sulla sostenibilità. Quello che sta cercando di fare Obama negli Stati Uniti, ma che invece a casa nostra diventa il ricorso al mix energetico in cui assieme al risparmio energetico alle rinnovabili e, su cui per altro l’industria petrolifera sta investendo molto, ci sia anche il carbone chiamato pulito, perché accompagnato da tecnologie per la cattura del carbonio, e il nucleare.

Un modello che ha riproposto anche il ministro Scajola, intervenuto alla presentazione del rapporto, nonostante il disegno di legge sullo sviluppo da lui avanzato - che contiene anche tutto l’impianto normativo per il ritorno all’energia dall’atomo - sia stato bocciato tout court dal collega all’Economia, perché non regge dal punto di vista economico.

E dato che L’Italia, insieme agli Stati Uniti, è al terzo posto per impianti fotovoltaici installati nel 2008, dopo la Spagna e la Germania e al quinto posto come potenza cumulata installata, investire nella intera filiera sul solare e sul vento, potrebbe portarci facilmente e in tempi brevi ai primi posti, con il doppio vantaggio di ridurre la nostra dipendenza dal petrolio e creare nuovi settori d’impresa e di occupazione. Cosa che il nucleare non permetterebbe di certo.

Torna all'archivio