[10/06/2009] Consumo

E´ ufficiale: ll Lingotto che promette di brillare per efficienza e sostenibilità svetta su Detroit

LIVORNO. Questione di ore (si parla delle 15 per l’annuncio) e il passaggio di Chrysler sotto il controllo della Fiat sarà cosa fatta. La notizia l’ha battuta la Reuters dopo l’atteso (al Lingotto) annuncio del via libera della Corte Suprema americana. E arriva poco prima dei dati dell’Istat sulla produzione industriale che ad aprile torna a crescere con un aumento dell´1,1% rispetto a marzo. Anche se l’istituto ovviamente registra una diminuzione del dato rispetto ad aprile 2008 (indice grezzo) pari a -25,4%. Dunque il bicchiere è mezzo pieno solo se si guarda all’andamento degli ultimi undici mesi, visto che quello di aprile è il primo più dopo una caduta continua. L´Istat sottolinea d´altra parte, bicchiere mezzo vuoto, che il dato tendenziale è il peggiore di tutta la serie storica, e cioè dal 1991, primo anno di confronto dopo l´introduzione dal 1990 del nuovo indice di produzione industriale. E proprio sull’auto l’Istat segnala che l´indice grezzo di produzione di autoveicoli è calato ad aprile del 31,2% rispetto ad un anno fa, aggiungendo che il calo nei primi quattro mesi dell´anno è stato del 37,9%. I dati in termini corretti dai giorni di calendario portano il calo produttivo annuo al -30,5% e a -37,7% la diminuzione tendenziale dei primi quattro mesi.

Tornando all’accordo Fiat-Chrrysler, scrive l’Ansa, dopo quattro giorni di febbrili manovre legali la Corte Suprema ha dato dunque senza dissensi luce verde, respingendo il ricorso presentato nel fine settimana da alcuni fondi pensione dell´Indiana. Insistendo che la decisione si applica "in questo caso soltanto", l´ordinanza di due pagine del massimo organo giudiziario degli Stati Uniti ha dato una vittoria ai protagonisti dell´accordo orchestrato dall´amministrazione Obama, affermando che non ci sono gli estremi giuridici per giustificare una sospensione dell´intesa.

E la Casa Bianca ha applaudito alla decisione, «lieta che l´alleanza Chrysler-Fiat possa ora andare avanti, permettendo a Chrysler di riemergere come un produttore automobilistico competitivo ed efficiente». Una frase dentro la quale ci stanno gran parte delle aspettative e delle speranze sia dei lavoratori, sia degli ambientalisti.

Ribadendo infatti che la mobilità sostenibile non inizia da qui, la riconversione della Chrysler verso modelli di auto più efficienti e quindi che consumano meno e inquinano meno grazie all’accordo con Fiat, è una buona notizia. Almeno potenzialmente anche per i lavoratori che si spera avranno più lavoro e non meno, nel senso che sarebbe micidiale se questo accordo venisse ‘pagato’ dalle maestranze.

Le prossime settimane saranno quindi decisive per capire come si delineerà questo accordo comunque storico. E se davvero dal lavoro di queste due grandi aziende si arrivasse anche a nuovi motori ancora più efficienti e ad auto quindi ancor più pulite – nostra speranza soltanto al momento – allora ancor con più argomentazioni potremmo dire che si tratta di una vera riconversione ecologica di una grande industria. Bisogna andarci cauti, è vero, però perché non aspirare al meglio?

Segnaliamo, tra l’altro, che la Chrysler è stata protagonista negli anni 70 di un altro salvataggio pubblico, come ci ricorda Stiglitz nel manuale “Principi di Microeconomia” (1993) che è bene rileggersi anche alla luce di quello che sta accadendo per GM.

«I critici del salvataggio – scrive il noto economista – sottolineavano che i lavoratori e le altre risorse avrebbero potuto essere riutilizzati altrove. Dopo tutto i lavoratori, i macchinari e gli edifici di una società fallita generalmente non scompaiono; al contrario sono presi in affitto o acquistati da nuove società sotto una nuova gestione. (..) In quel dibattito – aggiunge – le tradizionali posizioni politiche erano talvolta invertite. Alcuni conservatori divennero sostenitori di questo ‘aiuto’, sebbene avessero in precedenza favorito una limitazione all’intervento dello Stato e avessero criticato gli aiuti pubblici ai poveri e agli indigenti, affermando che tali trasferimenti scoraggiavano la fiducia dei poveri in se stessi. Al contrario alcuni progressisti (‘liberal’) che generalmente credevano che la spesa pubblica come strumento per risolvere in parte alcuni problemi sociali, improvvisamente divennero campioni del libero mercato, sostenendo che sussidi pubblici alla Chrysler avrebbero ridotto l’incentivo per le altre società a gestire correttamente le proprie attività».

La Chrysler fu alla fine salvata e lo Stato ci guadagnò. Questo non ha impedito altre crisi fino a quella attuale. E in un’economia di mercato non può essere altrimenti. Neppure la riconversione verso un’auto più sostenibile e pulita garantirebbe vita eterna a Chrysler ma di certo almeno una ‘nuova vitalità’: questo, pur non essendo economisti, ci sentiamo di poterlo sostenere. L’orizzonte della mobilità sostenibile ha bisogno di un’auto pulita, come di un suo minor uso, a vantaggio dei mezzi pubblici anch’essi sempre più efficienti e ecosostenibili.

Per quanto riguarda invece i dati dell’Istat sulla produzione, va detto che nei primi quattro mesi dell´anno, rispetto agli stessi del 2008, la variazione tendenziale ´grezza´ è stata negativa del 22,7%, quella corretta in calo del 21,8%. Tanto per capire insomma che la crisi non è affatto superata e che ha almeno picchiato durissimo pure in Italia. Va aggiunto che in termini congiunturali, spiega l’Istat, «In un anno sono risultati in calo tutti i principali raggruppamenti di industria con un -33,1% per i beni intermedi, -13,1% per l´energia, -12,7% per i beni di consumo. Nei settori di attività economica le variazioni tendenziali ´corrette´ più marcate hanno riguardato la metallurgia e i prodotti in metallo (-38,3%), la fabbricazione di macchinari (-33,9%) e la fabbricazione di apparecchi elettrici e per uso domestico (-38,1%). Cali più contenuti si registrano nei prodotti farmaceutici (-1,6%) e alimentari (-3,2%)».

Questo il quadro e le prospettive sono sempre le stesse: come si riparte? Da oltreoceano le idee sono chiare: con la green economy come asse della ripresa; in Italia invece la consideriamo al massimo un driver. La crisi economica potrebbe anche passare per un periodo senza la green economy, quella ecologica certamente no, minando in modo sempre più evidente l’economia del futuro.

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