[ 08/06/2009 ] Consumo

I 60 anni di "1984". George Orwell profeta dell´insostenibilità?

FIRENZE. Il bispensiero, la neolingua, gli psico-reati. La guerra che «è pace», la schiavitù che «è libertà», l’ignoranza che «è forza». E il controllo del passato che è funzionale al controllo del futuro, al fine ultimo di controllare il presente. Ricorre oggi il sessantesimo anniversario dell’uscita di quel “1984” che è considerato, oltre che il capolavoro di Orwell, anche una delle più efficaci e dettagliate descrizioni dei meccanismi e degli strumenti di oppressione del pensiero umano mai praticate nella letteratura mondiale.

“1984”, ritenuto da molti una denuncia del totalitarismo e in particolare della dittatura stalinista, è più probabilmente una tragica narrazione dedicata in generale all’assenza di libertà, e ai modi perversi con cui il cittadino degradato a suddito reagisce a questa privazione, ora soffrendone e tentando la rivolta, ora rassegnandosi e anzi sentendosi protetto e appagato, come un animale da fattoria che ama le sue catene, perchè grazie ad esse riceverà il suo pastone.

E, nell’Italia di Re Papi, sarebbe quasi pleonastico individuare dove stia il Grande Fratello, anzi basterà ricordare la fascetta che accompagnò, una decina d’anni fa in concomitanza dell’uscita della prima edizione italiana del “Grande fratello” televisivo, l’ultima edizione del libro di Orwell: una fascetta che recitava “La vera storia del Grande Fratello”, individuando un’ardita (ma, come testimoniano i fatti dell’Italia negli ultimi 15 anni, più che realistica) continuità tra Pietro Taricone e Winston Smith, il protagonista del romanzo di Orwell.

Ora, lasciamo perdere le varie interpretazioni che si possono dare e che sono state date dell’opera: di certo, in Orwell (non solo in “1984”: si pensi a “La fattoria degli animali”) esiste un meta-messaggio costante e inequivocabile. Un meta-messaggio che, alla fine, è lo stesso che possiamo trovare in Bradbury (“Fahrenheit 451”), nel maestro di Orwell, Aldous Huxley (il cui “Brave new world”, 1932, è ispirato a sua volta all’opera del poeta visionario inglese William Blake) e, andando all’indietro nel tempo, nel velo di Maya trattato da Schopenauer (in “Il mondo come volontà e rappresentazione”, 1819), giù giù fino al mito platonico della caverna e ai sofisti (Gorgia).

Un meta-messaggio che si può riassumere nella definizione di “stato di ipnosi”. E’ infatti una vera e propria condizione di trance ipnotica quella che accompagna sia Winston, il protagonista del romanzo orwelliano, sia il Mondrag di Fahrenheit, sia l’uomo di Schopenauer che quello di Platone. Un’ipnosi che poi ritroveremo anche in quella pubblicistica cinematografica che, a cavallo del passaggio di millennio, sublimava le paure di un nuovo controllo sociale attraverso capolavori visionari come “Matrix” (1999), “Truman Show” (1998), “Memento” (2000).

E, nella narrativa, la vicenda di questi capisaldi della letteratura e del cinema è sempre, sistematicamente incentrata sull’azione di superamento di questa ipnosi, a volte a buon fine (Truman show, Matrix), a volte con risultati tragici (1984), altre volte ancora per ritrovarsi in una condizione limbica, come nel finale di Fahrenheit. Superare la cortina fumogena dell’illusione per aprire le cosiddette “porte della percezione” (The doors of perception, concetto introdotto da William Blake, ripreso da Huxley) e giungere a vedere nitidamente quello che Platone chiamava “il mondo della luce”. Oppure, in altre parole, raggiungere il programma madre di Matrix, o toccare con mano le mura del mondo artificiale che racchiude il povero Truman Burbank.

Ora, questa “ipnosi sociale” può essere vista agilmente anche sotto il profilo che più ci interessa, e cioè quello inerente agli ostacoli che si ergono lungo il percorso che conduce alla sostenibilità. L’approccio che la nostra società globalizzata ha nei confronti dell’utilizzo delle risorse è infatti riconducibile allo stesso stato di trance che attanaglia i personaggi che abbiamo discusso, e in particolare il Winston di 1984. Come egli, illudendosi di inseguire la libertà, costruiva in realtà le mura della sua schiavitù agendo come un automa etero-diretto, ecco che lo stile di consumo predominante si uniforma a questo precetto: il monito è «consuma sempre di più, cresci sempre di più e sempre più velocemente, e otterrai libertà. E non preoccuparti delle conseguenze, le conseguenze non esistono».

Sia chiaro, comunque, che è assurdo ipotizzare, come invece avviene nella narrativa, l’esistenza di un “Grande vecchio”, di una sala dei bottoni, cioè di un luogo effettivamente esistente dove esistono persone reali che decidono a tavolino i destini dell’umanità: il mondo in cui viviamo ha da sempre visto complotti i più disparati, e le stanze dei bottoni sono esistite ed esistono davvero, ma appare decisamente eccessivo pensare che in qualche bunker sotterraneo dei burocrati eversivi agiscano per sollecitare il consumo frenetico e l’insostenibile utilizzo delle risorse. Ma è altrettanto evidente che, nello spirito del tempo in cui viviamo, il dio del consumo frenetico ha il suo posto privilegiato nel pantheon, i suoi templi e le sue molteplici religioni.

E non è solo consumo frenetico: come in trance continuiamo a utilizzare risorse energetiche finite, ad adottare processi produttivi inefficienti, a creare prodotti usa e getta, e a richiuderli in package finalizzati non all’igiene, ma all’abbellimento del prodotto. Continuiamo ad adottare indicatori economici puramente quantitativi, adatti a descrivere solo la crescita e non lo sviluppo, perchè continuiamo a trattare l’economia come scienza delle risorse infinite, e non come disciplina della finitezza di esse. E, a valle, le montagne di rifiuti che produciamo, i danni ambientali, il turbo-impoverimento del capitale naturale, e non ultimo il cambiamento climatico in corso, testimoniano l’inefficienza, l’inefficacia, l’ideologia auto-distruttiva insite nel sistema. La sua, cioè, intrinseca insostenibilità.

Uno “stato di ipnosi”, appunto, o meglio una trance: una trance che ci induce a vivere aumentando l’entropia del sistema in modo enormemente maggiore rispetto a quanto sarebbe sufficiente per il benessere. Come zombie, viene da osservare, o forse come i personaggi di Orwell, di Bradbury, come gli uomini di Platone (prima di uscire dalla caverna) e di Schopenauer (prima di sollevare il velo di Maya). Come Truman prima di uscire dal reality-show della sua vita, come Neo prima di accedere al programma-madre di Matrix.

Uno stato di ipnosi che, in chiusura (e riportando il ragionamento dall’analisi globale a quella relativa al paese in cui viviamo), è pressoché proibito comprendere, e da cui è ancora più proibito tentare di liberarsi. C’è la crisi economica? «No, quale crisi, i soliti catastrofisti, i soliti gufi». C’è la crisi ambientale? «No, quale crisi, i soliti catastrofisti, pensare alle emissioni in un momento di crisi economica è come uno con la polmonite che pensa alla messa in piega». C’è la crisi sociale? «I soliti catastrofisti: ottimismo, ragazzi, l’ottimismo è il profumo della vita», come diceva quel poeta che pubblicizzava magazzini all’ingrosso, e come dice tutti i giorni quel poeta che ha trasformato il Belpaese in un magazzino all’ingrosso esso stesso. Chissà se questo Orwell l’avrebbe definito come “Bispensiero”: di sicuro, è qualcosa che ci assomiglia pericolosamente, specialmente se pensiamo al fatto che queste parole ci vengono ripetute quasi ogni sera, quasi sempre dalle stesse due-tre facce, quasi sempre con la stessa formulazione e la stessa tonalità. E, sempre, con lo stesso meta-messaggio di fondo, sia che si parli di economia, di politica, di ambiente e di società: un messaggio che si può riassumere in «non hai bisogno di essere responsabile, non hai bisogno di pensare, c’è chi lo fa per te, come te, meglio di te: tu limitati a consumare indefessamente, oltre che a votare come si conviene, o meglio come ti conviene. E stai attento a gettare sabbia negli ingranaggi di questo meccanismo: se anche ci riuscissi, perderesti la tua forza, la tua pace, la tua libertà».

Riccardo Mostardini

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