[01/06/2009] Consumo

Amazzonia che macello. Greenpeace svela il disastro (anche italiano) della carne e della pelle

ROMA. Greenpeace pubblica, dopo tre anni di indagini sotto copertura, l’inchiesta “Amazzonia, che macello!” che mette in luce il preoccupante impatto del mercato globale della carne e della pelle sull’Amazzonia. Sotto accusa soprattutto i giganti brasiliani del comparto zootecnico, spesso con la partecipazione diretta del governo brasiliano che secondo gli ambientalisti «stanno distruggendo l’Amazzonia e il clima del nostro pianeta», ma dall’inchiesta vengono fuori anche di marchi notissimi come Adidas, Kraft, Bmw, Carrefour, EuroStar, Ford, Honda, Ikea, Nike, Tesco, Toyota, Wal-Mart, alcuni ben conosciuti in Italia come Gucci, Geox, Adidas, Chateaux d’Ax, e Cremonini «che nascondono dietro i loro processi produttivi storie di deforestazioni, incendi, abusi e nuova schiavitù della popolazione locale. Per promuovere la crescita della produzione di carne e pelle il governo brasiliano sta investendo per sviluppare ogni singola parte della filiera della carne e delle pelle nel Paese divenendo a tutti gli effetti un socio in affari della distruzione della foresta».

Una grossa parte del rapporto viene dedicato proprio alle aziende italiane: « L’Italia è il centro mondiale della produzione di pelle di alta qualità per il mercato della moda internazionale. Il Bel Paese è il primo importatore di pelle dal Brasile, in termini di valore (in termini di quantità preceduto solo dalla Cina) e, allo stesso tempo, è il secondo paese esportatore, dopo la Cina, di calzature a livello mondiale. 43 Le borse in pelle prodotte in Italia, invece, costituiscono circa i 2/3 delle esportazioni degli accessori in pelle. I due più importanti conciatori di pelle bovina a livello europeo, Rino Mastrotto Group (RMG) e Gruppo Mastrotto (GM) ricevono regolarmente forniture di pelle da Bertin. RMG e GM annoverano tra i loro clienti: Geox, Gucci, Hilfiger, Louis Vuitton and Prada. JBS, inoltre, possiede il 50 per cento della divisione dei prodotti a base di carne del Gruppo Cremonini. Questi è fornitore esclusivo delle Ferrovie Italiane (Trenitalia, EuroStar Group, Cisalpino AG), delle Ferrovie Francesi SNCF e Thalys International. 47 Sia JBS che Marfrig riforniscono il Gruppo Cremonini».

L’allevamento bovino ha anche impatti socialmente disastrosi e crea una nuova schiavitù in Brasile: nel 2008, ben 3005 nuovi schiavi sono stati liberati da decine di aziende zootecniche. Il 99% di questi erano tenuti prigionieri in Amazzonia. Ma non ci sono solo le multinazionali nel macello dell’Amazzonia: il rapporto sottolinea che «Il settore pubblico è esposto al rischio di incorrere in acquisti di distruzione. Dalle informazioni in possesso di Greenpeace si delineano rapporti di fornitura dagli “allevamenti criminali” al Servizio Nazionale di Salute Pubblica (NHS) inglese, e un grosso fornitore in Medio Oriente che annovera tra i suoi clienti le forze armate Britanniche, Olandesi, Italiane, Spagnole e Americane. Le informazioni presentate in questo rapporto dimostrano come i prodotti provenienti dalla distruzione del più importante polmone del pianeta fanno il giro del mondo».

Il rapporto di Greenpeace si occupa soprattutto della deforestazione illegale: «Le prove raccolte dimostrano che i giganti del mercato della carne e della pelle brasiliani (Bertin, JBS, Marfrig, ecc.) vengono regolarmente riforniti da allevamenti che hanno tagliato a raso la foresta ben oltre i limiti consentiti dalla legge. Questi allevamenti continuano a distruggere un ettaro di foresta amazzonica ogni 18 secondi. I dati a disposizione di Greenpeace dimostrano, inoltre, che alcune delle fattorie che riforniscono Bertin, JBS e Marfrig utilizzano forme illegali di lavoro schiavi e occupazione di riserve indigene».

Secondo Chiara Campione, responsabile della campagna foreste di Greenpeace, «Le scarpe che usiamo tutti i giorni, il divano nel nostro salotto, la carne in scatola che compriamo al supermercato e persino i pasti pronti che consumiamo sul treno o in autostrada possono avere un’impronta ecologica devastante sull’ultimo polmone del mondo e sul clima del nostro pianeta. E’ il tempo del coraggio e della responsabilità per i nostri governanti e per le aziende che stanno dietro ai marchi globali se vogliamo vincere la sfida del cambiamento climatico. Per produrre una paio di scarpe sportive, invece, rischiamo di deforestare illegalmente, promuovere forme di nuova schiavitù e accelerare il cambiamento climatico. Per questo chiediamo a tutti i marchi coinvolti di interrompere immediatamente i rapporti commerciali con aziende o allevamenti che sono legati alla distruzione dell’Amazzonia».

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